Domenica 20 e lunedì 21 settembre gli italiani si recheranno alle urne per decidere, in concomitanza con le elezioni regionali e comunali, se confermare o meno la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, portando i deputati alla Camera da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Il nostro Speciale referendum


di Giuseppe Monaco *

La riforma su cui si voterà il 20 e 21 settembre, diversamente dalle precedenti oggetto di referendum costituzionale, riguarda un tema specifico, la riduzione del numero dei parlamentari. In occasione dei referendum del 2006 e del 2016, concernenti riforme "organiche" della Costituzione, era stata contestata la violazione della libertà di voto di cui all'art. 48 Cost. In questo caso la scelta tra “sì” e “no” è più semplice, non si corre il rischio che l’elettore sia favorevole ad alcuni aspetti della revisione e contrario ad altri. È questo un punto di forza, ma forse anche un punto di debolezza, perché la riduzione del numero dei parlamentari non si accompagna ad altro, neppure al tentativo di superamento del bicameralismo paritario, da tempo auspicato in dottrina. La riforma appare in qualche misura fine a sé stessa, priva di una vera ratio

I principali argomenti a supporto della riforma sono due: la riduzione dei costi della politica e una maggiore efficienza nei lavori parlamentari, con possibile riduzione dei tempi di discussione e delle polemiche sterili e con una partecipazione più attiva da parte di ciascun parlamentare. Al primo argomento si può replicare che è assolutamente normale spendere per il funzionamento delle istituzioni democratiche; il risparmio atteso non è particolarmente ingente (si parla di una cifra intorno ai 60/80 milioni) ed eventualmente si potrebbero utilizzare mezzi differenti per incidere sui costi della politica. Quanto all'efficienza, si tratta di un auspicio: la riduzione dei parlamentari potrebbe avere qualche risvolto positivo, ma nulla è scontato e comunque si dovrà poi mettere mano ai regolamenti parlamentari, che sono in grado di incidere in modo più evidente sul funzionamento dell'organo.

Dal fonte del "no" si contesta principalmente la riduzione di rappresentatività del Parlamento e la perdita di autorevolezza dell'istituzione. La critica, almeno per quest’ultimo aspetto, sembra eccessiva. L'autorevolezza dell'organo più che al numero è legata alla qualità dei componenti e soprattutto al modo in cui il Parlamento esercita le proprie funzioni, da quella legislativa a quella di controllo sul governo. Una buona legge elettorale potrebbe essere sicuramente più utile. Al limite la perdita di autorevolezza del Parlamento potrebbe derivare dalla spinta “anti-casta” che ha condotto all’approvazione della legge costituzionale, dalla carica simbolica che la accompagna e che non va sottovalutata. 

Più rilevanti le critiche connesse alla rappresentanza, anche se la prevista riduzione dei componenti non pare in contrasto con principi supremi della nostra Costituzione. Il timore, peraltro, che si apra la strada a successive riforme, nella direzione di un indebolimento del Parlamento, al momento resta un'ipotesi. 

Sicuramente, però, si tratta di un taglio significativo, più di un terzo dei parlamentari: in Italia oggi abbiamo 1 deputato per circa 95.000 abitanti e, in caso di esito positivo del referendum, il rapporto passerebbe a 1/150.000. Quando la Costituzione è entrata in vigore il rapporto - espressamente previsto nella Carta fino alla riforma del 1963 che ha stabilito un numero fisso di parlamentari - era di 1/80.000 per la Camera e 1/200.000 per il Senato. In occasione dei lavori dell'Assemblea costituente si propose di portare il rapporto a 1/150.000, con le stesse motivazioni che sono alla base dell'attuale riforma. In quella circostanza prevalse la tesi opposta, con le argomentazioni dell’On. Terracini, secondo cui dietro la proposta di riduzione del numero dei parlamentari si intravedevano quei sentimenti di ostilità nei confronti dell'organo rappresentativo diffusi tra la popolazione soprattutto in determinati periodi storici. 

Il taglio avrebbe potuto essere, allora, quanto meno più contenuto: in passato si era ipotizzata una Camera con 512 o 518 deputati e con tali numeri si sarebbe collocata a livello di Francia e Germania, dove il rapporto tra eletti ed abitanti, per la Camera bassa, è di circa 1/115.000 e anche i timori per la perdita di rappresentatività sarebbero stati minori.

* docente di Diritto costituzionale del corso di laurea magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza, facoltà di Economia e Giurisprudenza, campus di Piacenza