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Referendum costituzionale, la posta in gioco. Parlano i nostri docenti

Parlano i nostri docenti Il 20 e il 21 settembre saremo chiamati a votare per decidere se confermare o meno la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. In Italia non è la prima volta che se ne parla con l’obiettivo di ridurre i costi della politica e di rendere più efficiente il processo decisionale. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Uno strumento con molti limiti di Agostino Giovagnoli La vicenda di questo istituto non è molto felice nella sua applicazione. Una breve rassegna del suo utilizzo nel 2001, nel 2006 e nel 2016 e l’invito a ripensarlo Referendum, le ragioni del sì e quelle del no di Giuseppe Monaco Riduzione dei costi della politica e maggiore efficienza nei lavori parlamentari contro riduzione di rappresentatività e perdita di autorevolezza del Parlamento. Un Sì o un No al referendum non cambierà il futuro del nostro Paese «Un sì per uscire dallo stallo» di Pier Antonio Varesi Come ho elaborato la decisione di confermare la riforma costituzionale che prevede il taglio dei parlamentari.

 

Referendum costituzionale, uno strumento con molti limiti

Speciale Referendum Referendum costituzionale, uno strumento con molti limiti Secondo lo storico Agostino Giovagnoli la vicenda di questo istituto non è molto felice nella sua applicazione. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Questo tipo di referendum può scattare solo quando una legge di riforma costituzionale non è approvata da entrambi i rami del parlamento con una maggioranza di due terzi. In pratica, quando è approvata solo dallo schieramento politico di maggioranza e respinta dalla/e minoranza/e. E questo è già, di per sé, un problema. Il referendum è stato richiesto da più di un quinto dei membri di una Camera, da più di cinquecentomila elettori e da più di cinque Consigli regionali. Il taglio dei parlamentari su cui siamo chiamati a votare, infatti, è stato approvato dal parlamento a seguito di un accordo politico che è stato all’origine del Secondo Governo Conte.

 

Referendum, le ragioni del sì e del no

Speciale Referendum Referendum, le ragioni del sì e del no Riduzione dei costi della politica e maggiore efficienza nei lavori parlamentari contro riduzione di rappresentatività e perdita di autorevolezza del Parlamento. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Il nostro Speciale referendum di Giuseppe Monaco * La riforma su cui si voterà il 20 e 21 settembre, diversamente dalle precedenti oggetto di referendum costituzionale, riguarda un tema specifico, la riduzione del numero dei parlamentari. È questo un punto di forza, ma forse anche un punto di debolezza, perché la riduzione del numero dei parlamentari non si accompagna ad altro, neppure al tentativo di superamento del bicameralismo paritario, da tempo auspicato in dottrina. I principali argomenti a supporto della riforma sono due : la riduzione dei costi della politica e una maggiore efficienza nei lavori parlamentari, con possibile riduzione dei tempi di discussione e delle polemiche sterili e con una partecipazione più attiva da parte di ciascun parlamentare. Quanto all'efficienza, si tratta di un auspicio: la riduzione dei parlamentari potrebbe avere qualche risvolto positivo, ma nulla è scontato e comunque si dovrà poi mettere mano ai regolamenti parlamentari, che sono in grado di incidere in modo più evidente sul funzionamento dell'organo.

 

Una riforma (troppo) semplice per problemi complicati

Speciale Referendum Una riforma (troppo) semplice per problemi complicati Il referendum confermativo per la riduzione del numero dei parlamentari ha un quesito fin troppo chiaro ma forse non mette a tema le questioni cruciali per il futuro del Paese. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Il nostro Speciale referendum di Damiano Palano * Il 20 e 21 settembre gli elettori italiani saranno chiamati a esprimersi sulla legge di riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, portando i deputati a 400 (dagli attuali 630) e quello dei senatori a 200 (invece dei 315 di oggi). Oltre che dalle dimensioni delle assemblee, il rapporto con gli elettori dipende infatti dal modo in cui i rappresentanti sono eletti, ossia dal sistema elettorale adottato (e, nel caso di un sistema proporzionale, dall’ampiezza delle circoscrizioni). E, più in generale, la “rappresentatività” è il risultato di interazioni che chiamano in gioco anche i livelli di governo locali e subnazionali, oltre che quei “corpi intermedi” di cui spesso negli ultimi anni si è messa in discussione la funzione. Ma è anche riconoscere che, da una riforma “semplice” (e forse “troppo semplice”), sarebbe ingenuo attendersi un contributo anche parziale per la soluzione di problemi complicati come quelli che ci attendono.

 

Pizzolato: «Sì, per ridare senso alla rappresentanza parlamentare»

Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. La mia idea è che questo referendum, al di là delle intenzioni di alcune parti che l’hanno promosso, possa innescare trasformazioni positive che potranno riflettersi in un’assunzione di maggiore responsabilità da parte dei partiti nella selezione della classe politica». Com’è arrivato a questo ragionamento? «La prima premessa è che considero il dibattito male impostato: c’è una drammatizzazione eccessiva che trovo incomprensibile, come se questa riforma fosse lo stravolgimento del Parlamento o la sua umiliazione. Ma questa è un’impostazione sbagliata perché chi vota No, in realtà, non difende la Costituzione, poiché l’idea di rappresentanza politica che la nostra Costituzione contiene e veicola non è in alcun modo – e lo sottolineo – oggi inverata e realizzata dalla mediazione dei partiti. Ora, credo che questo dato debba allarmare tutti perché significa che il Parlamento è l’istituzione che soffre più di tutte del discredito di cui “godono” i partiti». Mi auguro, ma su questo non ho evidentemente certezze - ma nessuno ne ha! - che si possa arrivare a un modello di Senato di tipo federale e cioè di differenziare il principio rappresentativo espresso dal Senato in modo che questo rifletta la vitalità dei territori. Mi rendo conto che la mia visione è piuttosto pessimistica: siamo in una fase in cui è necessario che arrivi un segnale forte di riforma che un provvedimento di questo tipo, depurato dalle ambiguità, può trasmettere».

 

«Non basta riscrivere pezzi di Costituzione per rifondare la politica»

Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Se la prendiamo larga, e diciamo che i milioni risparmiati sono 60 all’anno, ci accorgiamo che per ciascuno dei 60 milioni di italiani il risparmio sarà di un euro all’anno. La verità è che è da allora, e cioè dai tempi di Tangentopoli, che si cerca di volgere la forma di governo italiana in senso francese, facendone una democrazia di investitura, in stile V Repubblica, che marginalizzi definitivamente il Parlamento». Quel che non si dice sui giornali è che il taglio dei parlamentari fa parte di un pacchetto che comprende anche referendum approvativo e modifiche al divieto di mandato imperativo». Che cosa intende? «Questo è soltanto il primo passo per comporre un triangolo fatto di taglio dei parlamentari, referendum approvativo e ridefinizione dello status del parlamentare, nel senso di assoggettarlo alle direttive politiche del gruppo di appartenenza. Lei capisce che la logica del divieto di mandato imperativo, che garantisce libertà e indipendenza al parlamentare eletto, è incompatibile con il caciquismo , che vive di sottoposti e fedeltà personale. Capisce che il problema, enorme, che abbiamo di fronte sono i meccanismi di selezione della classe politica, e il processo di sfaldamento dei partiti, che ormai è arrivato a un punto di non ritorno.

 

«Un sì per uscire dallo stallo»

Speciale Referendum «Un sì per uscire dallo stallo» Il professor Pier Antonio Varesi spiega come ha elaborato la decisione di confermare la riforma costituzionale che prevede il taglio dei parlamentari. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. In primo luogo i risparmi sono modestissimi (vi è, tra i promotori della riforma, chi calcola circa 100 milioni annui e vi è chi, tra gli avversari, sostiene che il risparmio si aggirerà attorno ai 50 milioni annui; cifre da rapportare a circa 800 miliardi annui di spesa pubblica). Inoltre coloro che hanno a cuore la democrazia sanno che essa ha dei costi e quindi sono disposti a farsene carico pur di vivere in uno Stato democratico. Chissà che questa piccola riforma non dia ai partiti la scossa per avviare un processo più ampio ed organico di revisione delle nostre istituzioni politiche (ad es. mediante l’adozione di una nuova legge elettorale, la modifica delle circoscrizioni elettorali, la revisione dei regolamenti parlamentari). In sintesi: pur senza particolare entusiasmo per la (piccola) modifica costituzionale che viene sottoposta al nostro giudizio, nutro la speranza che votando Sì possa essere innescato un processo virtuoso che faccia uscire il Paese dalla condizione di stallo in cui caduto da ormi alcuni decenni.

 

Libano, la rabbia e l’orgoglio

Era già accaduto nel 2001, l’11 settembre di chi in quella memoria già lavorava come giornalista e che, senza molta esperienza e tanta speranza, veniva catapultata con un paio di frame televisivi nella serie di attentati terroristici che avrebbero cambiato la nostra vita e la nostra storia. Kabul, Baghdad, Mosul, Misurata, Il Cairo, Sanaa: dopo avere visto queste immagini di Beirut, stavolta, a distanza di venti anni da 9/11 sai esattamente che non è la vista il senso più colpito, se fossi stata lì. È l’udito, l’olfatto, sono le viscere: l‘odore della sostanza chimica esplosa, l’ammasso di detriti carbonizzati, di carne aperta su ferite inimmaginabili se non su un lettino operatorio. Ieri l’amico Ayman Mhanna , un giornalista di spessore, che si occupa di protezione dei giornalisti nel suo Paese, scriveva sui social, in un – insolito per lui – conato di indignazione e rabbia : “Rifiuto questa commozione da social media #pregateperBeirut. Nelle parole di questo giovane uomo sempre misurato, posato, conciliante, c’è tutta la rabbia dei giusti libanesi che oggi, per comprare un chilo di carne devono spendere 40 dollari, a causa della devastante crisi economica, appena il giorno prima del disastro. Nell’ottobre 2019 ero dentro l’Uovo, insieme ad almeno 200 studenti della AUB, l’American University di Beirut, che mi aveva invitato a tenere una lezione per il dipartimento di design sul graphic journalism , ossia come raccontare le guerre usando il fumetto. In quelle due ore di “ eggupation ” – così veniva chiamato il sit-in permanente durante la rivoluzione di quei mesi - ascoltando anche la lectio di Charbel Nahhas , mi sono resa conto della quantità enorme di pensiero politico depositato in questa generazione e allo stesso tempo soffocata dai suoi governanti e controllori.

 

Politica, l’urlo che sale dal basso

Ce lo dicono, con due linguaggi diversi, due fatti venuti alla ribalta in questi ultimi giorni. Da un lato l’ultimo rapporto Censis, secondo il quale quasi un italiano su due (48%) spera nell’arrivo di un "uomo forte" che, senza preoccuparsi troppo del Parlamento e delle elezioni, riesca a mettere le cose a posto. Si tratta certamente di un dato preoccupante, segno di una diffusa stanchezza nei confronti della democrazia. Quasi che si cominciasse a disperare di poter trovare la via per mettere un po’ d’ordine in un mondo che sembra scivolare nel caos. Un punto di esasperazione rispetto a classi dirigenti che dimostrano, ormai quotidianamente, una palese inadeguatezza nel gestire le sfide della vita comune. In un modo del tutto diverso, anche tra le Sardine che hanno riempito le piazze in questi giorni si ritrova la stessa domanda di politica che non trova interlocutori. docente di Sociologia alla facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica, campus di Milano [continua a leggere su Avvenire] Foto in alto: Edvard Munch, L'utlo (particolare) #politica #censis #cittadini Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Il programma tra novità e perplessità

Il dibattito Il programma tra novità e perplessità Insieme ad alcuni riferimenti interessanti a beni pubblici e beni comuni quali acqua, scuola e sanità e un’economia sostenibile, restano i dubbi in merito alla politica europea ed estera. Questi si basano su un modello alternativo di sviluppo che pone al centro la sostenibilità e che quindi rappresenterebbe un elemento di novità sostanziale rispetto al recente passato nel momento in cui si andranno a disegnare politiche economiche concrete. Rimangono, però, perplessità in merito alla politica europea ed estera. Vi è infatti un riferimento a un’Ue più inclusiva e solidale e quindi è auspicabile un impegno in questo senso presso le istituzioni europee. Non vi sono, però, indicazioni in merito alla politica estera più ampia e in particolare non vi è alcun riferimento alla posizione dell’Italia rispetto alla Russia, che era un punto distintivo del precedente governo. Nel contempo, non vi sono indicazioni in merito alla risoluzione del 14 novembre 2018 del Parlamento europeo sull’implementazione di misure più incisive per limitare le esportazioni di armamenti e mancano indicazioni anche in merito all’eventuale progetto di una difesa comune in Europa. C’è da augurarsi che siano solo “sviste strategiche” e non incapacità di leggere le reali criticità del prossimo futuro.

 

Spagna, fine del bipartitismo o dei partiti?

Milano Spagna, fine del bipartitismo o dei partiti? Il ‘terremoto’ elettorale spagnolo è solo l’ultimo episodio di una dinamica ‘tellurica’ che ha coinvolto l’Italia, la Grecia, e infine il Portogallo nell’ottobre scorso. Un bipartitismo che, anche grazie a un sistema elettorale che penalizza le forze minori, ha di fatto dominato la Spagna dai tempi della “transizione” post-franchista. Ma le elezioni spagnole ci suggeriscono allora che - insieme al bipartitismo formato da Psoe e Pp - dobbiamo dare per morto anche il partito, come forma organizzata dell’azione politica? Naturalmente sarebbe ingenuo pensare di trarre dai risultati di una singola elezione delle indicazioni su tendenze di lungo periodo. E da questo punto di vista il ‘terremoto’ elettorale spagnolo è solo l’ultimo episodio di una dinamica ‘tellurica’ che ha coinvolto l’Italia, la Grecia, con la scomparsa del Pasok a beneficio di Syriza, e infine il Portogallo nell’ottobre scorso. Ed è ancora più difficile prevedere se, alla prova dei fatti, la «guerra di posizione» di cui parla Podemos si rivelerà soltanto una variante radicale di storytelling , o sarà davvero in grado di ottenere risultati significativi. Ma, al di là di tutti questi interrogativi, potremmo forse chiederci se, con l’affermazione di Podemos, le elezioni spagnole, oltre a sancire la fine del vecchio bipartitismo, non ci abbiano anche consegnato il ritratto di un nuovo tipo di partito. docente di Scienza politica, facoltà di Scienze politiche, Università Cattolica (sede di Milano e di Brescia), autore di “La democrazia senza partiti” (Vita e Pensiero 2015) #elezionispagnole #partiti #politica Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Perché serve un nuovo umanesimo

Ovviamente, una volta che abbiamo scelto di considerare l’«uomo», non abbiamo con ciò però ancora detto che esso sia importante o che tutto ruoti attorno a lui, pur avendo notato come ogni cosa di cui parliamo sia in qualche modo imperniata su noi stessi. Il passaggio dall’egocentrismo all’antropocentrismo sembra quasi naturale e, se è così, è logico che nel corso della storia dell’umanità si sia declinato in diverse forme e differenti ambiti. In questa varietà una delle più interessanti è senz’altro l’umanesimo , tra l’altro un fenomeno tipicamente italiano nel suo cespite, che segna una vera e propria cesura tra due diversi «mondi», quello oscuro della media aetas e quello illuminato dei moderni. Anche se sappiamo che nella storia le cesure non sono mai nette e sono invece spesso ricostruite ex post , in questo caso la novità non era semplicemente il frutto di un’autopercezione, ma una categoria decisiva, essendo precisamente lo scopo che ci si prefissava. È da qui che la novità acquista un valore intrinseco, nella misura in cui è la ricerca di essa a caratterizzare l’uomo nell’universo: una ricerca di conoscenza, innanzitutto, e di liberazione, come suo portato. Di qui insomma sia la rinascita delle humanae litterae sia di quella che abbiamo imparato a chiamare la «rivoluzione scientifica», che cercherà di decrittare anche il sempre meno misterioso libro della natura. Va da sé che, come ogni progetto di ampio respiro, anche l’umanesimo debba essere sempre di nuovo declinato e sarebbe dunque iniquo imputargli come difetto il bisogno di una quasi continua riconfigurazione e riproposizione.

 

Bene comune, la politica che piace ai giovani

indagine Bene comune, la politica che piace ai giovani Il 95% degli intervistati dall’«Osservatorio» dell’Istituto Toniolo sui valori delle nuove generazioni lo considera importante per il funzionamento di una società. L’intervento su “ Avvenire ” del professor Alessandro Rosina 13 novembre 2019 Riprendiamo una parte dell’intervento del professor Alessandro Rosina pubblicata da “Avvenire” del 13 novembre 2019 Manca da troppo tempo una politica all’altezza delle potenzialità che l’Italia può esprimere all’interno dei grandi processi di cambiamento del nostro tempo. Una politica in grado di mettere i cittadini nelle condizioni di dare il meglio di sé nella realizzazione dei propri progetti personali e nel contributo al bene comune. Una recente indagine dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo mostra come proprio l’attenzione al “bene comune” sia il valore più ampiamente riconosciuto dalle nuove generazioni italiane ma che più sentono mancare. In particolare quasi il 95% degli intervistati lo considera importante per il funzionamento di una società che oltre a produrre ricchezza riesca a promuovere il benessere di tutti i cittadini. A ritenere però che nel nostro Paese si faccia molto poco in questa direzione sono ben tre giovani su quattro. continua a leggere su “Avvenire”] #giovani #politica #osservatorio giovani #bene comune Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Serve una politica economica per i prossimi dieci anni

Il dibattito Serve una politica economica per i prossimi dieci anni A fronte di una situazione di stagnazione il nuovo governo non può limitarsi a interventi di breve periodo ma deve impostare investimenti per il futuro. settembre 2019 L’articolo del professor Maurizio Motolese, docente di Politica economica alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica, fa parte dello speciale dedicato alle sfide che attendono il nuovo governo di Maurizio Motolese Lo scenario macroeconomico dell’Italia all’indomani della crisi di governo non è roseo. I dati Istat pubblicati a maggio prevedono una crescita dello 0,3% del Pil per il 2019, in calo rispetto al 2018, e le proiezioni per il 2020 e il 2021 di Banca d’Italia, Fmi e Ocse non si discostano di molto. A conferma di tale situazione giungono i dati Istat sulla povertà che rimane invariata da diversi anni con 1,8 milioni di famiglie in condizioni di povertà assoluta. Se il Paese desse un segnale chiaro di investimento sul futuro anche i mercati riacquisterebbero maggiore fiducia e le aspettative si formerebbero in un contesto di minore incertezza e di conseguenza si stabilizzerebbero i piani di investimento privati. Queste, a mio parere, sono tre priorità di politica economica per i prossimi 10 anni: 1) Una politica strutturale a favore della famiglia che torni a far crescere il tasso di natalità (senza alcun intervento, secondo l’OCSE, nel 2050 in Italia ci saranno più pensionati che lavoratori). Un importante segnale per una maggiore uguaglianza verrebbe da una strutturale politica di lotta all’evasione fiscale, spesso aggravata da aspettative di condoni o di pace fiscale.

 

Ambrosoli, giustizia italiana da riformare

milano Ambrosoli, giustizia italiana da riformare «La magistratura non è un fattore di sviluppo del Paese, perché chiunque deve assumersi una responsabilità pubblica ha il terrore di rimanere invischiato in qualcosa che non riesce a dominare». Lo ha detto Umberto Ambrosoli a proposito della situazione della giustizia in Italia alla luce dei fatti che hanno messo nell’occhio del ciclone la magistratura italiana. L’avvocato milanese è intervenuto lunedì 17 giugno all’Università Cattolica per parlare agli studenti della facoltà di Giurisprudenza nell’ambito dell’incontro dal titolo: “Giorgio Ambrosoli. Quella di mio padre è una bella storia da raccontare in una fase storica in cui le persone ignorano il passato e sono irresponsabili verso il futuro». L’evento è stato introdotto dai saluti del preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica Stefano Solimano e del docente di Diritto commerciale Vincenzo Cariello . Intervistato ai microfoni di Cattolicanews si è soffermato anche sulla crisi e sulla corruzione della magistratura italiana. ambrosoli #giustizia #magistratura #politica Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Taglio parlamentari, vistosa asimmetria

il commento Taglio parlamentari, vistosa asimmetria La riduzione del numero di senatori e deputati senza tutta una serie di aggiustamenti per ora solo nebulosi è preoccupante. Più precisamente, la Camera ha approvato in seconda lettura la proposta di legge costituzionale, che anche il Senato ha già approvato due volte, in materia di riduzione del numero dei parlamentari. riduce i deputati da 630 a 400 (di cui non più 12, ma solo 8 eletti nella circoscrizione estero) e i senatori da 315 a 200 (di cui non più 6, ma solo 4 eletti nella circoscrizione estero). Inoltre, diminuisce da 7 a 3 il numero minimo di senatori eletti nel territorio di ciascuna Regione (o Provincia autonoma, si aggiunge); e chiarisce che i senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica possono essere al massimo cinque in ciascun momento. Inizierà così a decorrere il termine di tre mesi entro il quale un quinto dei componenti di ciascuna Camera, cinque Consigli regionali o 500 mila elettori potranno chiedere il referendum di cui all’art. All’interno dei partiti, difficile dire se la riforma favorirà i singoli parlamentari, resi più autorevoli dalla maggiore ampiezza dei loro collegi elettorali; oppure le segreterie, che gestiranno un numero più ristretto di candidature da distribuire. Di sicuro oggi si compie un passaggio senza precedenti nella storia della Repubblica: tagli di simili proporzioni non sono mai stati realizzati; sono stati bensì proposti, ma senza successo e comunque nel contesto di riforme più ampie.

 

I docenti della Cattolica scrivono l’agenda per il nuovo governo

il dibattito I docenti della Cattolica scrivono l’agenda per il nuovo governo Economia, riforme istituzionali, conti pubblici, lotta alla povertà, lavoro, scuola e molto altro. Alcuni professori provano a disegnare quali sono le sfide che attendono alla prova il nuovo esecutivo, di cui fanno parte due alumni dell'Ateneo. Quali sono le sfide di breve e di lungo termine che attendono la nuova compagine di governo? Abbiamo chiesto ad alcuni docenti dell’Università Cattolica di diverse discipline di spiegare quale dovrebbe essere l’agenda dell’esecutivo che sta per essere varato. Gli scogli da affrontare per il nuovo governo Adesso c’è bisogno di chiarezza di Andrea Monticini I mercati hanno risposto positivamente alla formazione del nuovo governo. Ora sono necessarie decisioni precise a partire da fisco, politica industriale e infrastrutture Serve una politica economica per i prossimi 10 anni di Maurizio Motolese A fronte di una situazione di stagnazione il nuovo governo non può limitarsi a interventi di breve periodo ma deve impostare investimenti per il futuro. Ecco tre sfide Le incognite del tripolarismo imperfetto di Damiano Palano Finita l’alleanza con la Lega, il nuovo governo si troverà esposto a tensioni speculari a quello precedente. Anche se i vincoli economici e internazionali potrebbero offrire quella coerenza che le forze politiche non sono in grado di garantire Scuola, più politiche per gli studenti di Milena Santerini Contrasto alla dispersione scolastica e impegno per il successo formativo di tutti devono passare in prima linea.

 

Autonomie, la rivoluzione civile di Sturzo

È una delle massime famose di don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito popolare nel 1919. Riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione, in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale […]». Si tratta di un vero programma politico di reimpostazione, dal basso, della macchina dello Stato, che doveva poter contare su forze nuove, su idee fresche e su masse popolari non più subalterne. Cominciando nei Municipi e, più avanti nel tempo nelle Regioni, a prendersi cura della cosa pubblica, con una efficiente e non corrotta amministrazione giorno dopo giorno. Tanto grande era in lui la fiducia nelle istituzioni che dovevano essere create da indurlo a dedicare alla “Regione nella Nazione” la relazione politica di apertura del terzo Congresso del Ppi (Venezia 1921). Non fu certo per caso che il fascismo trionfante dal 1925/26 soppresse le elezioni comunali; fece dei Comuni solo degli ingranaggi dell’amministrazione burocratica dello Stato e non volle sentir parlare di Regioni dotate di una qualche autonomia. docente di Diritto costituzionale, Università Cattolica Nono articolo di una serie dedicata ai cento anni dall’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo #sturzo #autonomielocali #comuni #politica Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Referendum, cinque commenti sul voto

La schiacciante maggioranza di contrari alla riforma costituzionale, prima ancora che sancire una vittoria del fronte del No, segna infatti una clamorosa sconfitta di Matteo Renzi. Ma in ogni caso Renzi non è riuscito nell’impresa che si proponeva (o, quantomeno, ha perso verso sinistra quel poco che ha conquistato sul versante di centro-destra). Ma in tempi di crisi, qualsiasi storytelling è destinato a rivelarsi ben presto solo un effimero mantello retorico gettato sulle spalle di una politica debole, del tutto incapace di modificare la realtà. Il livello di conoscenza dei temi della riforma costituzionale si è mantenuto modesto anche in prossimità del voto, probabilmente perché si tratta di argomenti complessi che richiedevano un adeguato approfondimento e una valutazione non facile degli esiti che si sarebbero generati. Nel voto al Referendum costituzionale italiano il fattore esplicativo più rilevante è certo la vicinanza alla parte del PD che si riconosce nella guida di Renzi: un bacino elettorale non maggioritario che ha consentito di prevalere solo in Toscana, Emilia Romagna e Trentino. docente di Demografia nella facoltà di Economia Si apre una fase dagli scenari incerti di Angelo Baglioni * Il risultato del referendum del 4 dicembre 2016 apre una nuova stagione politica in Italia, che vedrà il passaggio dal governo guidato da Matteo Renzi a un altro governo. Da questo punto di vista possiamo senz’altro dire che la prima funzione democratica dei mezzi di comunicazione, che è quella di informazione e sensibilizzazione, è stata svolta con successo.

 

Popolo “rabbioso” contro élite?

Milano Popolo “rabbioso” contro élite? Per capire il contesto attuale dovremmo usare con cautela il concetto di populismo interrogandoci più seriamente sulle radici di un mutamento che investe non da oggi le organizzazioni e gli stili di partecipazione. L’analisi del professor Damiano Palano 14 marzo 2019 di Damiano Palano * Per molti anni, dopo il 1989, un po’ tutti abbiamo creduto che la Storia fosse finita. Quanto perché – come scrisse Hegel a proposito degli ideali della rivoluzione francese, all’indomani della vittoria di Napoleone a Jena nel 1806 – anche noi abbiamo ritenuto che la democrazia liberale avesse definitivamente sbaragliato i suoi antagonisti. Anche per questo, i politologi occidentali che per anni hanno puntualmente registrato le evoluzioni della nostra geografia elettorale, non hanno mai preso seriamente in considerazione l’idea che le «democrazie mature» fossero esposte a rischi fatali. Altri, con uno sguardo più pessimista, hanno invece rinvenuto nel calo della partecipazione politica e nella crescente sfiducia verso la classe politica e verso le istituzioni i sintomi di una crisi incipiente, o comunque di un ‘malessere’ capace di indebolire le basi della convivenza democratica. Adottando questo schema interpretativo si rischia però di replicare quella stessa logica semplificatrice, rozza, manichea, che viene rimproverata ai «populisti», e cioè di attribuire a questi “nemici” della democrazia liberale qualcosa che, a ben guardare, è un tratto costitutivo dello stesso progetto democratico occidentale. Interrogandoci un po’ più seriamente sulle radici profonde di un mutamento che investe – non da oggi – gli immaginari politici, le organizzazioni, gli stili di partecipazione, la crescita della polarizzazione.

 

Sturzo, cent’anni passati invano

L’appello “agli uomini liberi e forti”, con le sua grandi aspirazioni e con alcuni obiettivi margini di ambiguità, era destinato a essere travolto dagli eventi: invece di un dibattito fecondo, si sarebbe presto imposta una dittatura e pochi degli uomini “liberi e forti” sarebbero rimasti veramente tali. Meno di quindici anni dopo, anche nel Paese nel quale il poeta aveva additato l’ideale di “una terra libera con un popolo libero”, il richiamo alla libertà sarebbe risuonato in tutt’altro senso, all’ingresso di un campo di concentramento. È come se cento anni da allora fossero passati inutilmente, alla luce dei nuovi pericoli e dei nuovi problemi che affliggono alla base un sistema democratico che invece avrebbe dovuto crescere proprio grazie alla libertà delle persone. Oggi un appello del genere di quello di don Sturzo sollecita l’impegno di quanti – cristiani e non – credono che la democrazia non si risolva nelle statistiche, ma esiga innanzi tutto solidarietà e impegno. È un laico che si confronta con altri laici, spesso ispirati a visioni diverse, ma che sa dialogare con tutti, senza imporre a nessuno la sua concezione, perché la democrazia non ammette verità “a priori”, e nello stesso tempo senza mai rinunciare a testimoniare la bellezza della sua fede. Per un cristiano tutto questo ha un significato politico profondamente evangelico, che nulla ha a che vedere con certe espressioni penose di esibizione di rosari ai comizi elettorali. docente di Diritto amministrativo alla facoltà di Giurisprudenza , campus di Milano Ottavo articolo di una serie dedicata ai cento anni dall’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo.

 

Identità linguistica, tra geografia e politica

A uno sguardo attento, persino molte aree ritenute uniformi per la lingua rivelano una sorprendente complessità, che l’informazione mainstream non è in grado o non ha voglia di comprendere e di comunicare. Questa notevole trasformazione fu però di difficile attuazione nella realtà, ci sono voluti moltissimi anni prima di arrivare all’attuale lingua moderna turca poiché in quel periodo il tasso di alfabetismo era circa del 20%. Ciò che dicono le statistiche è che sia addirittura la quarta lingua più studiata al mondo dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese. Lo spagnolo è la seconda lingua più usata al mondo, infatti, è parlato da più di 500 milioni di persone ed è anche la lingua ufficiale di ben ventuno paesi nel mondo. In un mondo ormai globalizzato, conoscere lo spagnolo diventa utile per migliorare un eventuale potenziale occupazionale in quanto, ci sono moltissimi campi di carriera che hanno bisogno di personale con conoscenze in spagnolo. Per quanto riguarda l’ inglese è stato Internet che negli ultimi vent’anni ha reso questa lingua come addirittura una competenza di base per i lavoratori di tutto il mondo. In molti paesi l’inglese è proprio usato come chiave di sviluppo economico poiché una migliore conoscenza della lingua inglese corrisponde a un minor numero di giovani disoccupati.

 

L’immigrazione e il blocco di Trump

milano L’immigrazione e il blocco di Trump Delia Pompa, del think tank americano Migration Policy Institute , parla ai nostri microfoni delle misure restrittive verso i Paesi arabi. Non sappiamo se diventeranno esecutive, devono superare tre diversi vagli». febbraio 2017 di Gianluca Durno e Lorenzo Giarelli «Non sappiamo ancora se il blocco di Trump verso i Paesi arabi diventerà esecutivo, perché la decisione deve essere sottoposta a tre diversi vagli. Delia Pompa , ricercatrice di Education Policy al Migration Policy Institute , think tank americano che si occupa proprio di tematiche legate alle migrazioni internazionali, legge così il momento politico che vivono gli Stati Uniti dopo l’insediamento di Donald Trump. Da quando Donald Trump è entrato nei pieni poteri di presidente, il mondo vive nell'incertezza di non sapere se il tycoon terrà fede alle promesse più estreme fatte in campagna elettorale. In attesa di capire se il blocco diventerà esecutivo, di certo il tycoon sembra andare controcorrente rispetto alle politiche di Obama: «In generale, in tema di integrazione – ha detto Delia Pompa – Obama ha attuato buone manovre. Su tutte, l'atto con cui diede protezione a chi fosse arrivato negli Usa prima dei 16 anni di età, anche da clandestino».

 

Effetto Trump? Gli Stati Uniti un anno dopo

Dieci incontri per leggere la politica globale", relatori Mireno Berrettini e Gianluca Pastori , autori di un fascicolo speciale dei "Quaderni di scienze politiche" dedicato alla presidenza Trump. ottobre 2017 di Gianluca Pastori* L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha cambiato molte regole nel gioco della politica americana. Ha riportato in auge un modo di fare politica apparentemente dimenticato, in cui il forte richiamo alla legittimazione popolare fa del Presidente, più che il contraltare, il rivale di un Congresso presentato sempre più come strumento nelle mani delle macchine partitiche. Dopo gli screzi del 2002-03 e i rapporti difficili negli anni di George W. Bush, l’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama aveva fatto sperare in un riavvicinamento fra le due sponde dell’Atlantico, riavvicinamento che si è dimostrato, invece, illusorio. Al contrario, quelli di Obama sono stati anni di crescenti divaricazioni su una serie di punti importanti, dalle relazioni con la Russia alla crisi siriana. Solo alla fine del mandato, con la prospettiva concreta di una vittoria di Trump, la dimensione conflittuale è stata accantonata per una narrativa più attenta agli aspetti di convergenza. Ciò non ha, comunque, modificato l’essenza di un legame che – con il venire meno del comune nemico sovietico – sembra essersi via via deteriorato e che oggi, proprio con Trump problematicamente insediato nello Studio Ovale, sembra avere raggiunto uno dei suoi punti più bassi.

 

Quella maledetta partita

brescia Quella maledetta partita Il racconto dello sport secondo due dei principali protagonisti dell’informazione televisiva ospiti della sede di Brescia lunedì 15 maggio : il direttore di RaiSport Gabriele Romagnoli e il direttore di Sky Sport Giovanni Bruno . I direttori delle due grandi testate televisive di riferimento per il nostro Paese, RaiSport e Sky Sport , saranno protagonisti lunedì 15 maggio alle 10.30, nell'Aula Olgiati della sede di Brescia dell’Ateneo. L’incontro sullo sport fa parte di The Newsroom: le nuove sfide del giornalismo , il ciclo di incontri e lezioni aperte di grandi protagonisti dell'informazione che lo Stars , corso di studi di Scienze e tecnologie delle arti e dello spettacolo dell'Università Cattolica, propone alla città. Venerdì 12 maggio alle 10 , nella Sala della Gloria della sede di via Trieste, il secondo incontro sarà dedicato all' informazione politica , da sempre cuore pulsante del sistema dei media, affidata a professionisti che raggiungono forte notorietà ma che sono sempre sottoposti al fuoco della critica: Il mondo in diretta. Con Faccioli Pintozzi il dialogo entrerà nel vivo dei grandi temi politici di attualità e in particolare del “fenomeno Trump”, il nuovo presidente americano che nel bene o nel male sta cambiando le stesse regole della comunicazione e dell'informazione. sport #tv #politica #racconto Facebook Twitter Send by mail Print THE NEWSROOM Il titolo riecheggia una serie di successo, ma da sempre cinema e fiction danno conto di quanto appassionante sia il mondo dell'informazione, visto da dietro le quinte... The Newsroom: le nuove sfide del giornalismo , è il ciclo di incontri e lezioni aperte di grandi protagonisti dell'informazione che lo Stars, corso di studi di Scienze e tecnologie delle arti e dello spettacolo dell'Università Cattolica, propone alla città.

 

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