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Son tutte chiacchiere?

by a cura di Velania La Mendola | 24 gennaio 2018 “Più cresce l’informazione, più sembra diminuire la conoscenza, e il vuoto di pensiero sempre più si riempie di hate speech , bufale, fake news . La crescita dei populismi e del cosiddetto consenso post-politico pone grandi sfide, così come la polarizzazione del dibattito che spinge le persone agli estremi, dato che provocare è un modo di massimizzare il coinvolgimento”. Ad esempio il filosofo tedesco precisa che il diffondersi e ripetersi della chiacchiera ha il potere di trasformare il non sapere in sapere : un non sapere continuamente presentato, ripetuto e diffuso come se fosse un sapere alla fine viene percepito e soprattutto utilizzato come se fosse un sapere. Rispetto all’essenziale e alla complessità di cui la chiacchiera è un sintomo, […] il dibattito attorno alla post-truth e alle fake news si impone per la sua limpida vacuità: vecchie questioni, teoria di banalità, temi da tempo studiati, poca serietà nell’affrontarli, nessun rigore nell’esaminarli. È proprio per questa ragione, per evitare il dramma e le complicazioni di questa coappartenenza essenziale, che forse conviene lasciar perdere sia la ‘verità’ che la ‘morale’, occupandosi piuttosto della post-truth e della deontologia relativa alle fake news . Con il ritorno a uno scenario da “prima repubblica”, che assegna maggiore centralità ai partiti, è assai probabile che il rapporto tra cittadini e politica possa deteriorarsi ulteriormente e che nell’opinione pubblica il pendolo tra “testa” e “pancia” si sposti ancor più nettamente a favore di quest’ultima ». Nando Pagnoncell i è presidente di Ipsos Italia ed è docente di Analisi della pubblica opinione alla facoltà di Scienze politiche e sociali , sede di Milano.

 

Cacciari, non facciamo il gioco dell’Isis

Una lezione sulla storia di incontro tra culture che, nella loro reciproca comprensione, tagliano le radici al terrorismo VIDEOINTERVISTA. A colloquio con il giornalista di “Avvenire” Luca Geronico e con il professor Riccardo Redaelli , autore del recente Islamismo e democrazia (Vita e Pensiero), il professor Cacciari mette a fuoco le tante inadeguatezze dell’Occidente, portando avanti una disamina di ampia prospettiva storica. Nuova acqua al mulino di chi suggerisce di tornare a curarsi dei progressi, scientifici e no, dell’Europa, ma anche tappa paradigmatica nella formazione di uno stato d’animo: «Nasce proprio allora una sorta di frustrazione» precisa Cacciari. Perché Isis non è certo portatore di una civiltà islamica, ma vogliamo scherzare? Lo sforzo più grande ricade su chi tenta di intelligere , appunto, di discernere. Riccardo Redaelli (nella foto in alto a destra) inizia l’incontro gremito di studenti al collegio Ludovicianum smontando subito questa dicotomia, che non è così monolitica come alcuni pensano, perché parliamo di realtà complesse, variegate, con mille anime. La nostra Europa è al centro di un flusso migratorio che non si fermerà; l’Islam, uno, univoco, non esiste, ed è alle prese con una terribili crisi con la quale fare i conti. L’Italia deve riconoscere un Islam italiano», ha detto il docente di Geopolitica dell’Università Cattolica e autore di Islamismo e democrazia (Vita e Pensiero), «in classe ho studenti musulmani di seconda generazione: devono avere una rappresentatività, spazi, diritti».

 
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