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A Boston tra teoria e pratica

UCSC INTERNATIONAL A Boston tra teoria e pratica Le tre settimane di Summer Program di Anna, del Cimo, sono state un’esperienza di learning by doing: dalle lezioni al lavoro in gruppo, dall’organizzazione di un evento in città al corso di Public Speaking davanti alle telecamere. Oltre che per le lezioni potevamo recarci lì per lavorare in gruppo, usufruire delle aule studio e delle stampanti, ma anche per rilassarci, stenderci sul prato o sederci sulle panchine e scambiare due chiacchiere: insomma un vero e proprio spazio a misura di studente. I tre corsi che questo Summer Program prevedeva (Interactive Marketing, Event Management and Public Speaking) hanno decisamente superato le mie aspettative, sia a livello di organizzazione, sia di competenze e conoscenze acquisite. Per questo corso e quello di interactive marketing siamo stati in visita a hotel, agenzie e vari palazzi, abbiamo anche avuto occasione di parlare e fare domande dirette a chef o a responsabili delle strutture visitate. Sahl , ex giornalista, è stato per tutti un grande riferimento, anche per gli altri nostri professori, che fin dal primo giorno ce l’hanno descritto come un “uomo modello” per la sua esperienza lavorativa ma anche il suo modo di porsi, pacato ma autorevole al tempo stesso. Nessuno di noi aveva la minima idea di come si gestisse un programma televisivo, dalla stesura del copione al movimento delle telecamere, fino alla regolazione del volume dei microfoni. Grazie alla sua professionalità e alle sue preziose indicazioni siamo stati in grado di creare e registrare una nostra versione del programma “ Adesso Boston ”: è stata davvero una delle esperienze più divertenti e significative, non posso che ripetere una frase che è presto diventata un mantra “Grazie maestro”.

 

Dopo l’Erasmus, lavoro a stelle e strisce

Ma ciò che ha reso così importante tutte queste esperienze sono le persone che ho incontrato nel mio percorso: mi hanno aiutato a inserirmi in contesti nuovi o a mettermi in gioco in qualcosa di diverso. Devo dire grazie ad ognuno di loro, ma anche alla mia università, che ha reso possibile questo itinerario che dalla Spagna mi ha portato nel cuore degli Stati Uniti. Questa esperienza mi ha sicuramente permesso di responsabilizzarmi, imparando a dividere equamente il mio tempo tra faccende di casa, lezioni, preparazione degli esami e uscite con compagni di corso della facoltà di economia o altri studenti Erasmus. Così, dopo una pausa di solo una settimana, sono volato direttamente negli States, in Maryland, per iniziare questa ulteriore, indimenticabile esperienza al più grande Water park di Ocean City. Così, dopo una settimana, sono andato nell'ufficio del mio capo chiedendole se potevo essere d'aiuto nello svolgimento di ulteriori mansioni, pur sapendo che il mio stipendio non avrebbe subito alcun aumento. Alla fine di ogni corso il superamento di un test scritto permetteva di essere promosso a un ruolo di maggiore responsabilità (con qualche dollaro in più). Così, quando inaspettatamente si è liberata una posizione manageriale, la mia direttrice mi ha proposto di ricoprirla: il giorno seguente ero al mio primo dei cinque giorni di training previsti dalle normative, in veste però di "manager supervisor".

 

Detroit o Shanghai, estate in azienda

Nel racconto di Chiara Caviggia , studentessa di Psicologia delle organizzazioni, il valore aggiunto di una formazione sul campo negli States. Quindici giorni intensi su ogni fronte, che mi hanno dato l’opportunità di tornare negli Stati Uniti, dove ho potuto non solo assaporare la classica vita americana ma anche immergermi in un contesto aziendale nuovo, ricco di stimoli e di occasioni di apprendimento. Mi sono messa alla prova ogni giorno (e ogni notte!) con tenacia ed entusiasmo, con gli stessi occhi e con lo stupore di un bambino che si affaccia a un mondo nuovo. Ogni lezione e ogni team work ha richiesto energia, sforzo, impegno e voglia di fare, che non sono mai venuti meno perché è sempre stato un “chiedere tanto, a fronte di un dare immenso”. Anche sul piano dei rapporti con i miei compagni di viaggio ho imparato con meraviglia che in due settimane è possibile avvicinarsi, conoscersi, condividere, raccontarsi fino a costruire delle vere e proprie amicizie. Ogni momento è stato indimenticabile, perché si era sempre insieme: un gruppo di 30 persone, provenienti da posti diversi e ognuno con la propria storia ma i legami che si sono creati si sono consolidati giorno per giorno, siamo nel tempo libero che nel duro lavoro. Il programma si focalizza sulle tematiche di "Project & People Management" all’interno di un contesto multinazionale; la gestione delle persone e dei progetti è infatti un requisito fondamentale per entrare nel mondo del lavoro e affrontare le sfide di un mercato internazionale sempre più competitivo.

 

Sei settimane per sentirsi Bruins

UCSC international Sei settimane per sentirsi Bruins Così si chiamano gli studenti della Ucla, una delle più prestigiose americane, dove Anna, studentessa di Economia, ha trascorso il suo Summer Program . Un immersione in un metodo di studio molto diverso all’interno di un campus a misura di studenti. Sono arrivata a Los Angeles qualche giorno prima dell’inizio delle lezioni, giusto per smaltire al meglio il jet-lag, girare per la città e conoscere lo stile di vita americano con cui avrei dovuto convivere per più di un mese. Dopo aver visitato la Walk of Fame, l’Hollywood Sign e il Griffith Observatory, che sono le principali attrazioni turistiche di Los Angeles, è arrivato il momento di trasferirsi nel Campus della University of California, Los Angeles (Ucla) per iniziare le lezioni. Io e gli altri studenti italiani alloggiavamo a Hedrick Hall, una delle tante residenze universitarie messe a disposizione dalla Ucla, provvista di tutti i servizi come wi-fi, aule studio e lavanderia e non distante dalle mense convenzionate con il nostro programma. Parlando dei corsi universitari, i miei compagni e io abbiamo scoperto giorno per giorno il metodo americano molto differente dal nostro e basato più sulla partecipazione attiva in aula piuttosto che sulla lezione frontale a cui siamo abituati in Italia. Non posso che dire di essere contenta e soddisfatta di questa, seppur breve, esperienza internazionale, spero che sia un punto di partenza per tante altre avventure.

 

Era Trump, cosa cambierà?

Politica estera Era Trump, cosa cambierà? Ridefinizione dei ruoli di potenza e riformulazione dei rapporti internazionali. A Brescia un seminario ha discusso della visione, delle priorità e delle direttrici di politica estera della nuova amministrazione statunitense a due mesi dall’insediamento. Tra gli esperti intervenuti, introdotti dal prorettore Mario Taccolini : Carolina De Stefano , della Scuola Superiore Sant'Anna e George Washington University, Giuseppe Gabusi dell’Università di Torino, T.wai - Torino World Affairs Institute, Enrico Fassi , Andrea Plebani , Alessandro Quarenghi e Andrea Locatelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. politica #estero #economia #trump #usa Facebook Twitter Send by mail.

 

Il mondo alla prova Trump

analisi Il mondo alla prova Trump Per il professor Vittorio Emanuele Parsi l’ordine internazionale liberale può essere danneggiato dalla nuova presidenza Usa: potrebbero rivelarsi quattro anni perduti in un mondo dove crescono le diseguaglianze. Sono solo alcune, nemmeno tutte, delle perle di saggezza contenute in un’intervista a ruota libera rilasciata domenica scorsa al Times e alla Bild dal neo-presidente Donald Trump , che il 20 gennaio si insedierà alla Casa Bianca. Ne emerge un quadro desolato e preoccupante dello stato di salute della democrazia americana, che ha consentito l’elezione di un candidato le cui idee sul mondo sono un impasto di pregiudizi da bar e colossale ignoranza: una marea di sciocchezze. Al di là del legittimo sconcerto, ciò che preoccupa maggiormente è la considerazione che le istituzioni su cui si è fondato il concetto di Liberal World Order (l’ordine internazionale liberale) possano essere danneggiate irreparabilmente da quattro anni di presidenza Trump. Ma il futuro dell’Alleanza Atlantica, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e delle Nazioni Unite ha a che fare con la vita di tutti noi. In queste istituzioni si è incarnata quell’egemonia politica e culturale degli Stati Uniti che ha fatto definire il Novecento come “il secolo americano”. Ma è soprattutto la diseguaglianza che sta tornando a essere la cifra più inaccettabile del mondo che stiamo lasciando in eredità alle future generazioni. La sensazione è che i quattro anni di questa nuova presidenza saranno, ad andar bene, quattro anni perduti: un lusso che decisamente non potremo permetterci.

 

Dallo storytelling alla post-verità

VITA E PENSIERO Dallo storytelling alla post-verità Mentre inizia l’era Trump, una riflessione sul senso di un’elezione dirompente, dove conta inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile, talvolta inverosimile, può diventare una realtà incontrovertibile. Memori della pessima fama che la forma di governo democratica aveva lasciato, vollero impedire che la nascente repubblica fosse lacerata dalle lotte tra fazioni. E proprio per evitare che l’elezione del presidente degli Stati Uniti potesse scatenare lo scontro delle passioni politiche e mettere a rischio la pace, consegnarono a un collegio di grandi elettori il compito di scegliere chi dovesse essere il capo dell’esecutivo. E cioè quel candidato che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava solo una comparsa del grande circo elettorale americano, ma che, mese dopo mese, macinando vittoria dopo vittoria, è riuscito a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Forse più che formulare previsioni è utile in questo momento riflettere su ciò che ha rappresentato l’elezione di Donald Trump e sulle motivazioni che hanno condotto a un risultato che – comunque la si pensi – rappresenta uno shock destinato a lasciare una traccia profonda. In questo senso la polemica di Trump contro Wall Street e contro l’establishment non sarebbe altro che la reincarnazione di quel vecchio populismo agrario che, sul finire dell’Ottocento, impugnò la bandiera del “sogno americano” contro la “plutocrazia” delle grandi corporations. Perché molto più efficaci diventano strutture di comunicazione personali, capaci di penetrare dei reticoli dei social network, di inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile – o in qualche caso inverosimile – può diventare una realtà dimostrata e incontrovertibile, quasi impossibile da scalfire persino con le più sofisticate argomentazioni.

 

Il mondo magico di nonno Walt

Piacenza Il mondo magico di nonno Walt Gaia è al secondo anno negli States e, grazie al Double degree, studia Management internazionale a Boston. Ora è alle prese con uno stage semestrale nel mondo magico di Topolino 17 novembre 2009 di Gaia Paradiso * Grazie al Double Degree questo é il mio secondo anno negli Stati Uniti. Mi trovo ora nella città di Orlando, nello stato della Florida, dove rimarrò per uno stage della durata di sei mesi. E ora uno stage a Walt Disney World, dove mi occupo di marketing e vendite in uno dei quattro parchi della Florida, Epcot (Experimental prototype community of Tomorrow), fino al prossimo gennaio. È uno stage dove il rapporto con la clientela e l’alto livello di Guest service è fondamentale per comprendere, conoscere e soddisfare le esigenze di ciascun visitatore dei parchi Disney. A livello personale sto cambiando e crescendo, sto capendo cosa significa lavorare, e mi rendo conto di quanto sia importante avere una passione per quello che si fa per poter scegliere un futuro adeguato alle proprie qualifiche e capacità. Si impara giorno per giorno, si conoscono molte persone che possono insegnare e mostrare cose da una altro punto di vista, e ti fanno vedere particolari che non si notano o su cui non ci si sofferma più di tanto.

 

Trump, come cambia l’America

MILANO Trump, come cambia l’America Quello che è stato dipinto come una combinazione tra Gian Burrasca e l’Orco delle fiabe, entrerà alla Casa Bianca. E anche se quella cui abbiamo assistito nell’ultimo anno non è stata certo la migliore campagna che si ricordi, si è indubbiamente conclusa con il più clamoroso colpo di scena. E quello che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava più che altro una folcloristica comparsa, e che per un anno la stampa (non solo europea) ha dipinto come una grottesca combinazione tra Gian Burrasca e l’Orco delle fiabe, entrerà da trionfatore alla Casa Bianca. E d’altronde è piuttosto complicato estrapolare qualcosa di simile a un programma di governo dal groviglio di proposte che Trump ha portato avanti durante la sua campagna. Innanzitutto, l’esito delle consultazione sembra confermare una tendenza che già da qualche anno è diventata sempre più evidente, ossia che l’elettore mediano non è più politicamente decisivo, perché la carta vincente è diventata la polarizzazione, la capacità di mobilitare elettori estremizzando il messaggio. Infine, i risultati che vengono dagli Usa ci dicono – con ancora maggior forza – che una comunicazione vincente non passa più dai grandi media generalisti, né dalla grande stampa, ma da altre strade, come sono soprattutto quei reticoli talvolta inafferrabili che sono i social network. docente di Scienza politica, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica #usa #elezioni #donaldtrump Facebook Twitter Send by mail DAVERI, COSA CAMBIA PER MERCATI E RISPARMIATORI Al di là di ogni previsione il 45° presidente degli Stati Uniti d’America è Donald Trump.

 

Da House of Cards alla Casa Bianca

MILANO Da House of Cards alla Casa Bianca Sovrapporre la campagna elettorale della serie americana e quella reale è una trovata pubblicitaria ma i punti di contatto tra fiction e realtà non finiscono qui. Confronto sul potere nello specchio della serialità televisiva. L’«uomo che rifiuta di accontentarsi» e che mette «le persone prima della politica» non era però Donald Trump, o Ted Cruz, o un altro aspirante alla poltrona presidenziale, ma Frank Underwood, il sulfureo protagonista di House of Cards . In altre parole Frank Underwood non è altro che il ritratto dell’eterna libido dominandi , il simbolo di quella inestinguibile sete di potere che spinge gli esseri umani a conquistare, conservare ed estendere il potere sui propri simili. La sua filosofia non è altro che la vecchia filosofia di Trasimaco, secondo cui la giustizia non è altro che l’utile del più forte. E una sfera in cui la risorsa su cui far leva è sempre la paura, perché – come si leggeva nell’ incipit del romanzo di Michael Dobbs, da cui trae origine la serie – «non è il rispetto, ma la paura, a muovere l’uomo». Perché il mondo che House of Cards mette in scena finisce col suggerirci non solo che il potere è cinico, ma che la politica non può che essere il regno del cinismo, della menzogna, della sopraffazione. In altri termini, ci dice che non è possibile una politica diversa da quella di Frank Underwood, e che tutti i più nobili ideali non sono altro che semplici mascheramenti di sordidi interessi personali.

 

House of Cards, politica allo specchio

MILANO House of Cards, politica allo specchio La finzione e la realtà si rincorrono nella corsa alla Casa Bianca e la serie tv diventa il decalogo della grande narrazione alla base della vita politica americana, grazie all’uso di una retorica fatta di seduzione e ricatti. by Indro Pajaro | 28 aprile 2016 «È la grande narrazione a costituire la nuova caratteristica della politica americana e House of Cards ne diventa il decalogo grazie all’uso di una retorica fatta di seduzione e ricatti». Aldo Grasso , docente di Storia della radio e della televisione e direttore del Certa, interpreta in questo modo il successo della serie televisiva americana, la cui fascinazione risiede nell’esibizione di potere e risponde al nome di storytelling. Ad House of Cards e allo spettacolo del potere nello specchio della serialità televisiva la facoltà di Scienze politiche e sociali, il dipartimento di Scienze politiche , il Certa e Sky Atlantic hanno dedicato una dibattito coordinato dal professor Damiano Palano . Il risultato è una de-politicizzazione che rimanda a una crisi di ideologie, dove la figura del leader diventa spettacolarizzazione mentre l’ambiente circostante è in balìa di un senso di paura che ricorda lo stato di natura teorizzato da Hobbes. Il professore Massimo Scaglioni , del Certa , individua al suo interno due diverse tipologie di racconto: la meccanica dei processi politici con al centro lo spettacolo del potere e la spettacolarizzazione della sorveglianza, che a loro volta rimandano alle politiche di rappresentazione e commistione. Da House of Cards alla Casa Bianca, dalla fiction alla realtà, questa serie televisiva diventa lo specchio in cui ritrovare la condizione della post democrazia, dove le menzogne e il cinismo della politica ne costituiscono la storia e Frank Underwood ne è l’attore protagonista.

 

Super Tuesday, l’eclissi del centro

MILANO Super Tuesday, l’eclissi del centro Se c’è un dato che appare chiaro dopo il primo vero test delle primarie americane è che sembra sparire l’elettore mediano: le elezioni si vincono stanando, con una buona dose di populismo, chi non vota. Il commento del professor Damiano Palano 03 marzo 2016 di Damiano Palano* Di solito il “Super Tuesday” segna uno snodo fondamentale nella corsa delle primarie americane, perché consente di capire quali saranno alla fine i candidati alla Casa Bianca. Per quanto riguarda il campo democratico, è stato assegnato infatti solo poco più di un quarto (circa il 28%) dei delegati che nella convention di fine giugno a Philadelphia dovranno designare ufficialmente il candidato alla presidenza. La partita è invece ancora più aperta sul fronte dei repubblicani, che finora hanno eletto meno del 25% dei delegati. La prima delle quali è la debolezza delle oligarchie partitiche, che – anche per gli effetti della ‘disintermediazione’ – si sono rivelate del tutto incapaci di fronteggiare e ostacolare la ‘scalata’ di outsider radicali come sono, in modo diverso, Sanders, Trump e Cruz. La seconda è invece una conferma ulteriore – se davvero ce ne fosse stato bisogno – del potenziale delle retoriche ‘populiste’, che hanno peraltro nella cultura politica americana radici ben più profonde che in Europa. In tempi di disaffezione, è infatti diventato sempre più importante convincere ad andare a votare gli elettori (soprattutto quelli più lontani dalla politica), e i messaggi più radicali sono spesso strumenti formidabili di mobilitazione.

 

Alla guerra dei dazi

Un’iniziativa già tentata da Bush nel 2003, che ha il chiaro intento di sfavorire la Russia, il Giappone e, soprattutto, la Cina, nei due settori citati, particolarmente sensibili per gli Usa. Una chiara delegittimazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, secondo Andrew Spannaus , giornalista americano che già mesi prima aveva previsto la vittoria di Trump, per la sua capacità di intercettare le reali esigenze del popolo americano, di quelle classi oppresse che ormai rappresentano il 75% dei Paesi ricchi. Su una lunghezza d’onda diversa il direttore dell’ Aseri Vittorio Emanuele Parsi ( in alto la sua videointervista ), che ritiene vi sia «una visione teologica, astorica del libero commercio», che invece ha causato questa distribuzione iniqua delle risorse nelle nazioni più sviluppate. Il protezionismo (che Trump di certo non ha inventato) a suo tempo ha fatto aumentare i dati relativi al commercio degli States e permesso di proteggere lo standard e la qualità dei loro prodotti. È questo ciò che preme maggiormente al Presidente, quello che ha promesso ai suoi elettori e che ora tenta di rispettare: produrre, far crescere la manifattura, ridurre il deficit commerciale e il gap con la Cina. Per il professor Luca Rubini dell’Università di Birmingham, invece, ciò che ha causato questo divario sempre più netto tra poveri e ricchi è la mancanza di politiche interne mirate, non il libero commercio. I dazi nascono per sfavorire la Cina ma in realtà impattano più sul Canada, sul Messico e sull’Unione Europea, tanto che è stato rinviato fino a giugno l’ultimatum all’Unione europea, nel tentativo di trovare finalmente un accordo proficuo per entrambe le parti in causa.

 
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