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È il noi che vince

Piacenza È il noi che vince Don Ciotti, oltre 20 associazioni di volontariato e 5 sessioni parallele di incontri. Una giornata che ha messo al centro il valore del dare 11 ottobre 2019 “Il dono più grande che Dio ha fatto a ciascuno noi è la vita. La vita che fa parte di un dono ancora più immenso che è il Creato”. “È il Noi che vince, soli siamo tutti piccoli, fragili. Dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti e gioiosi per le cose belle. Sapere della nostra fragilità ci rende rispettosi delle fragilità degli altri". Nei 5 appuntamenti della giornata che hanno fatto luce su alcune possibili declinazioni con cui il dono può manifestarsi, gli affondi hanno riguardato l’economia del dono, il dono del cibo, il sostegno alla solidarietà, la vocazione alla cooperazione e il dono della cittadinanza attiva.

 

In Messico a imparare ad amare

Un ritmo a cui ci siamo adattate benissimo: l’arrivo a scuola dei piccini e il loro intrattenimento iniziale nell’attesa che arrivassero tutti; l’organizzazione di attività ludiche e quelle di insegnamento; l’aiuto ai professori di inglese e di musica durante le loro lezioni. Tutte attività che nel corso dei giorni si sono dimostrate sempre più facili: questo soprattutto grazie alla grande capacità delle maestre che avevamo al nostro fianco, Liz e Eli, dotate di grande amore, pazienza e carisma. La nostra infanzia è stata ben diversa dalla loro: lo abbiamo potuto notare dai loro genitori, in primis. Ma i bambini sono bambini, ovunque: il loro modo di amare e di essere così trasparenti nelle loro emozioni è comune in ogni parte del mondo. Ciò che ha realmente colpito entrambe è stata l’accoglienza dei messicani: il loro modo di includerci nelle varie attività, nel proporsi per esperienze anche esterne al contesto scolastico, la loro allegria e volontà di conoscerci; la loro cordialità e il sorriso sempre presente sul viso, nonostante la povertà generale. Tutto ciò è stato reso ancora più evidente dalla festa a sorpresa organizzata, sia dai bambini che dai professori, per il nostro ultimo giorno di scuola, durante il quale siamo state deliziate da cartelloni di addio e cibo a volontà. Pensiamo che quest’esperienza, purtroppo di brevissima durata, ci sia entrata nel cuore: la povertà di cui siamo state testimoni è davvero comune alla maggior parte delle famiglie messicane.

 

Gerusalemme: tolleranza, amicizia e condivisione

La complessità della sua storia pervade ogni singolo vicolo del centro storico, dove si intrecciano e convivono quattro culture così diverse, eppure accumunate da un forte senso di appartenenza per questo luogo. Queste dinamiche si riflettono, al contempo, sulla società e sul modo di vivere delle persone che abitano questa regione. Ed è proprio questa combinazione di culture e tradizioni che si vive al Centro Santa Rachele. L’esperienza di volontariato gioca tutta intorno alle attività ludiche per i bambini: ballare, cantare, correre, giocare, cucinare, dipingere sono solo alcune delle azioni che riempiono la giornata. Penso che non potessi chiedere di più di quello che questa esperienza mi ha dato e trasmesso: dall’affetto dei bambini alla soddisfazione per il lavoro, dall’incontro con diverse culture allo scambio di idee. Tolleranza, amicizia e condivisione sono le tre parole che riescono un po' a riassumere quello che è stato un viaggio in questa terra da cui sono tornata con un bagaglio che porterò sempre nel cuore. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Senegal, alla scoperta della cooperazione

Il mio compito, per due mesi, sarà di immergermi al 100% nella realtà di una Ong che lavora in Senegal dal 2015, il Vis – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo. È proprio a questi ultimi che il progetto si indirizza, con l’obiettivo di trasmettere loro l’idea che possano avere successo anche in Senegal senza dover sostenere un viaggio a occhi chiusi e rischioso per cercare fortuna altrove. Leggendo i vari documenti che mi sono stati mandati prima della partenza (per non arrivare impreparata), mi sono detta: “È davvero una bella sfida ma non mi sembra così difficile, d’altronde tutti sanno che nel Mediterraneo si muore, nessuno sarebbe in grado di partire sapendo ciò!”. L’Europa è il sogno di una vita e poco importa se questa è messa a rischio, l’importante è che qualcuno arrivi, trovi un lavoro e mantenga il piccolo villaggio senegalese che vive al riparo dalle onde del Mediterraneo e dai suoi trafficanti di vite umane. A fronte di ciò, l’opinione del VIS è che la riduzione di questo fenomeno e del traffico di esseri umani debba partire dai paesi d’origine. Fin da subito mi è stata chiara l’importanza dell’approccio iniziale, che qui svolge un ruolo estremamente importante ed è alla base di una possibile futura negoziazione. La mia Tabaski è stata all’insegna della condivisione, nella sua forma più pura e spontanea, ha assunto le sembianze di un grande piatto di carne e verdure dal quale senegalesi e toubab hanno attinto per mangiare.

 

Portare speranza dietro le sbarre

È impossibile descrivere le mille emozioni contrastanti che ho provato ogni singolo giorno, da quelli di adattamento agli ultimi dei saluti, probabilmente per le realtà completamente diverse con cui mi interfacciavo: le visite al carcere durante la mattina e “Nina vacances”, campo estivo per bambini, nel pomeriggio. I ragazzi, curiosi e interessati, si mostravano desiderosi di apprendere con un entusiasmo disarmante, facevano domande su domande, ci chiedevano dell’Italia e delle nostre famiglie, volevano sapere tutto e per farsi conoscere, ci facevano leggere poesie e canzoni che scrivevano. Nei loro sorrisi, una dolcezza che faceva sembrare impossibile anche solo pensare che avessero potuto fare qualcosa di male e ci faceva dimenticare di essere in carcere. Ma, ovviamente, non era sempre così, c’erano i giorni no, giorni in cui avevano fame, giorni in cui erano stati puniti per qualcosa o erano semplicemente più stanchi e delusi, giorni in cui per iniziare la lezione si doveva cambiare approccio, invogliarli e confortarli. In quei giorni era facile ricordarsi dove eravamo, la rabbia nei loro occhi, l’atteggiamento di sfida, anche nei nostri confronti, e l’indifferenza verso la lezione erano disarmanti, tanto quanto il solito entusiasmo, e ci faceva tornare a casa un po’ sconfitte. Discussioni spesso inutili, dato che nella visita successiva i ragazzi ci accoglievano con i sorrisi di sempre ed erano pronti ad una nuova lezione, come se i problemi fossero miracolosamente risolti. Non sapevo che quel mese sarebbe stato troppo breve, che i giorni sarebbero passati troppo in fretta, troppo pochi per conoscere davvero una realtà, ma abbastanza per farmi capire di aver preso la giusta strada e accrescere la voglia di ripartire quanto prima.

 

In Africa col privilegio della medicina

E sempre il riadattamento più difficile è quello con il Nord, così come il desiderio più testardo abita sempre a Sud. A Nord la ricchezza, ma anche le facce annoiate, un eterno coprifuoco sorvegliato da videocamere, l'invasione del superfluo, una frenesia che non lascia più spazio al pensiero e al sentimento. A Sud la miseria e lo sfruttamento, ma anche la solidarietà, il sorriso, il piacere dimenticato della pigrizia, le strade piene di vita e di gente. Il privilegio di chi studia medicina è vivere l’opportunità che offre questo programma in un ospedale, dove si intrecciano la straordinarietà di una vita che nasce e il dramma di una che muore, dove le emozioni e l’essenza più profonda delle persone viene fuori. Si torna a casa con un bagaglio di conoscenze pratiche prezioso, che difficilmente un normale studente riesce ad acquisire in così poco tempo durante il proprio corso di studi. Ma quanto di più importante si riporta in Italia è l’affetto delle persone che ci hanno accolto e dei medici che ci hanno insegnato cosa significa dedicarsi con passione, ogni giorno, alla comunità in cui si vive. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

L’Albania che ti sorprende

Giunto al termine dei miei studi universitari, ho deciso di voler vivere un’esperienza di volontariato in un Paese in via di sviluppo. Qui, tra campi di lavanda e salvia e maestose montagne, opera da circa 10 anni il VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con programmi che mirano al miglioramento delle condizioni socioeconomiche della popolazione. Lo staff del VIS, albanese e italiano, mi ha accolto e fatto sentire parte del team sin da subito e mi ha coinvolto nelle numerose attività e progetti per la comunità di Malësi e Madhe. Modi di vivere così simili che mi hanno permesso sin da subito di ambientarmi nel piccolo centro di Koplik. Una meta ben diversa dalle altre presenti nel programma Charity, dove apparentemente sembra che ci sia tutto, ma dove invece si cela un forte mancanza di opportunità, soprattutto per i giovani, che sempre più spesso devono scegliere la via dell’emigrazione all’estero. Considerato il mio percorso di studi in management, prima di partire, non avevo alcuna idea di come funzionasse la cooperazione e temevo di non poter essere di aiuto. Ho capito che bisogna ridare il giusto valore al cibo e rispettare i produttori, soprattutto in un Paese dove l’agricoltura è il settore che traina l’economia; principi di Slow Food, fondazione con la quale il VIS Albania collabora da tempo.

 

I volontari e la legge del dare e del ricevere

Siamo state travolte dai loro abbracci, dai loro baci e dalle loro urla di felicità e sono bastati pochi minuti per innamorarci di loro. Nonostante tutto, i loro contagiosi sorrisi non vengono mai a mancare e per me tutto questo è stato uno spunto di riflessione e una grande lezione di vita. La settimana prevedeva altre attività come yoga, judo, bioginnastica (un particolare tipo di ginnastica che ti permette di allenare i muscoli e lavorare le articolazioni del corpo riproducendo i movimenti degli animali) e capoeira in cui mi sono dilettata divertendomi molto. Sono persone, insieme a molte altre (le cuoche dell’asilo, le insegnanti, i volontari locali) che ringrazio vivamente, perché ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa e ogni giorno regalano speranza a bambini che, nonostante le loro capacità e voglia di imparare, vivono costantemente situazioni molto difficili. Due volte a settimana erano inoltre previste visite alle famiglie dei bambini e posso dire che vedere dal vivo le condizioni in cui vivono e sentire con le proprie orecchie le loro storie è davvero molto forte, ma ti permette di rivalutare molte cose nella vita. Dopo queste tre settimane intense e piene di emozioni, posso dire che il Charity Work Program mi ha dato l’occasione di fare una delle esperienze più belle e uniche della mia vita. Tuttavia il Charity non ha lasciato un segno solo in noi volontarie, ma ci ha permesso nel nostro piccolo di lasciare qualcosa, anche solo il ricordo dell’affetto, ai bambini del Giardino degli Angeli inserendosi perfettamente nel principio del dare e del ricevere del volontariato.

 

Da semplici studenti a quasi medici

Interrogativo che si ripresenta e si insinua come un tarlo nelle conversazioni con i miei compagni di avventura durante il lunghissimo viaggio d’andata. Dall’aereo in atterraggio ad Entebbe solo due colori abbracciano tutto l’orizzonte: il rosso della terra e il blu sconfinato del lago Vittoria che quasi sembra un mare. L’Uganda è un paese ricco di colori, cultura, tradizioni, dolore per la storia tormentata, coraggio e speranza per il futuro, spiritualità, usanze, ma soprattutto dissidi spesso inaccettabili agli occhi e al metro di giudizio di noi Occidentali. Ho la possibilità di mettermi alla prova, partecipare al processo di cura, toccare con mano, confrontandomi con una medicina umana, intima, fisica e emotiva nel contatto con il paziente, molto diversa per situazioni ed emozioni da quella di casa a volte impersonale e spogliata della componente umana. Impossibile raccontare questa esperienza senza menzionare il grande gruppo di volontari che riunita intorno al tavolo della Mission House del compianto padre John Scalabrini, fondatore dell’ospedale e delle attigue scuole, ha allietato tutti i pasti con racconti, esperienze e riflessioni diventando a poco a poco una vera famiglia. Arrivato da estraneo, lascio questa terra grato a tutte le persone che ho incontrato per il calore ricevuto e per i mille stimoli di riflessione e con in valigia e nel cuore una grande voglia di ritornare. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Economia e Medicina, International Day

L’evento, organizzato dall’International Office-Rome in raccordo con la Direzione UCSC Global Engagement and International Education della sede di Milano, si articola in una serie di incontri e presentazioni in aula incentrati su corsi di lingua all’estero, Summer Programs, opportunità di volontariato internazionale, stage e tirocini formativi. Gli incontri per gli studenti si svolgono in Aula 6 per la Facoltà di Economia e in Aula Bausola per la Facoltà di Medicina e chirurgia. Partecipano all’evento gli “Student Ambassadors”, disponibili ai desk per condividere esperienze di studio, stage e volontariato internazionale. ”UCSC International Day” è un evento gratuito e aperto a tutti, gli studenti possono registrarsi tramite l’Email inviata sulla casella personale icatt. A partire dalle ore 11.00 i referenti delle Università partner e i providers sono disponibili ai vari desk. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito Internet di UCSC International: https://goabroad.unicatt.it/goabroad-eventi-international-day-roma-22-ottobre-2019 #internationalday #economia #medicina #stage #volontariato Facebook Twitter Send by mail.

 

Le mie lezioni con i piccoli indiani

Prima di fare lezione di inglese, il nostro primo giorno, ci capita di vederli pranzare, quello per loro è un “brunch” per così dire, perché non fanno colazione, mangiano pranzo e colazione lì a scuola, a volte fa anche da cena. I bambini mangiano in un corridoio all’aperto, parte della scuola: mangiano su dei tappetini blu stretti e lunghi, i piatti sono quelli tipici indiani, dall’aspetto di vassoi d’alluminio ai nostri occhi, contenenti riso basmati, un chapati, un mix di verdure condite da una salsa al curry di colore giallastro. Io sono seduta accanto a loro e li osservo, mentre contenti consumano il loro pasto, uno accanto all’altro, sul pavimento, decine di mosche attorno, mentre con le mani impastano il riso col resto dei condimenti e lo mangiano. Ci viene assegnata la classe dei più piccoli, un’età che si aggira tra i 4 e i 5 anni, con l’eccezione di alcuni bambini che potrebbero averne 8 perché sono indietro con l’apprendimento. Non è facile tenerli attenti tutto il tempo, per loro ripetere lettere e numeri è pesante, ma sono felicissimi quando li premiamo con gli adesivi colorati se hanno fatto bene il loro lavoro e ne vorrebbero sempre di più ma non possiamo viziarli, dobbiamo disciplinarli. Verso la fine della lezione iniziano ad andare alla lavagna, mi prendono la mano, “Didì! Didì!”, mi fanno vedere come scrivono il loro nome, tra una sbavatura e l’altra, a volte si sfidano perfino tra di loro; qualcuno ha raccolto dei fiori e me li porge sorridente. Spero davvero che in qualche modo, il lavoro di noi volontari, riesca a dar loro qualche possibilità futura, a quell’età si assorbono tanti nuovi concetti e tante informazioni, chissà, magari un giorno qualcuno di loro crescendo troverà la sua strada e ricorderà quei giorni di luglio.

 

Uganda, tutto l’amore che puoi

charity work program 2019 Uganda, tutto l’amore che puoi Per Sara , di Scienze della formazione, il Charity Work Program è stato un turbinio di emozioni in mezzo a persone che fanno capire l’importanza della tua presenza 21 ottobre 2019 di Sara Pegoraro * Dell’Uganda mi ricordo tutto. Mi ricordo come sono arrivata, piena di curiosità e di timore, come mi succede ogni volta che inizio una nuova avventura. Credo che da quel giorno davvero abbia preso inizio per me l’Uganda, sia iniziato a entrarmi ogni sguardo, ogni abbraccio ogni bacio che ricevevo. Ciò che mi colpiva andando a scuola, ma anche stando in missione, era come per le persone del luogo fosse importante sapere che noi fossimo presenti, al di là di quello che facevamo per loro. Questo mi manca dell’Africa, quella serenità che non vuol dire che tutto andasse bene sempre, ma che sapevo affrontare anche i pensieri, perché mi sentivo accompagnata. So solo che quella mia quotidianità di “cose che non ci sono” e di noi uniche musungu , non la vedevo più. E ora che da laureata mi trovo a far lezione, ogni tanto penso a quando ne avevo 99 che mi ascoltavano, che se anche non mi ricordavo il loro nome sapevano che ero lì per loro.

 

Madagascar, il valore della semplicità

Vedo bambini che portano sulla testa i mattoni per costruire le case o che chiedono l’elemosina lungo la strada, donne che vendono verdura e frutta sui marciapiedi, uomini che spingono carretti carichi di sacchi pesanti per le strade rosse sterrate. Le giornate nell’orfanotrofio iniziano prima della sveglia, quando alcuni dei più piccoli sono già fuori dalla stanza a giocare con dei pezzetti di giornale o con la palla e puntualmente ci aspettano per ballare la prima “macarena” della giornata o giocare a “sardina”. Ci sono poi i piccolissimi, con loro non serve saper parlare la stessa lingua perché basta sedersi nella stanza dei giochi per ritrovarseli sbucare da ogni parte del corpo pronti a farsi fare il solletico e ridere a crepapelle. La sera, dopo aver cambiato e fatto addormentare i più piccoli con tanta pazienza, i ragazzi non hanno ancora perso le energie e ci tengono a giocare nelle loro stanze finché la nostra ora di cena segna il momento di salutarci. Eppure, grazie anche alle suore ed alle balie che con pazienza e dedizione hanno creato una vera famiglia allargata, questi bambini mi hanno insegnato il valore dei piccoli gesti e di stare insieme senza pretese. Sicuramente questa esperienza mi ha reso più convinta del percorso di studi in cooperazione internazionale che ho scelto di intraprendere, enfatizzando il ruolo cruciale della conoscenza dell’altro per poter gestire insieme le esigenze prioritarie. Sono partita chiedendomi se potessi fare abbastanza per loro, torno a casa convinta che siano loro ad aver fatto molto più per me dandomi la possibilità di diventare consapevole dell’importanza della semplicità.

 

Madagascar, una sola grande famiglia

Le loro risate, urla e canzoncine erano per noi la migliore sveglia che si potesse desiderare e la loro allegria illuminava le nostre giornate: è incredibile quanto questi bambini siano pieni di energia anche alle 5:30 di mattina, quando fuori fa ancora buio pesto. Ce lo hanno ripetuto le Suore Nazarene che si prendono cura ogni giorno di questi bambini senza una famiglia alle spalle che li sostenga e ce ne siamo accorte anche noi nelle tre settimane trascorse in Madagascar. C’è Herman, apparentemente forte ma molto sensibile, Meltina, spigliata e intraprendente, Claudin, geloso e coccolone, Frankie, timido e impacciato, e Angèle, chiacchierona e combinaguai. È triste pensare che questi bambini, così vivaci, brillanti e affettuosi non abbiano la possibilità di crescere nella loro famiglia di origine, anche se ci conforta pensare che l’amore, l’educazione e le opportunità che l’Orphelinat dà loro possano almeno in parte compensare la loro condizione. Non è stato sempre facile per noi fare i conti con un mondo così scioccante e completamente diverso dal nostro. Uno degli insegnamenti che il Charity Work Program a Fianarantsoa mi ha lasciato è proprio questo: esistono situazioni complesse, apparentemente insuperabili, ma bisogna tenere a mente che prima di darsi vinti ci si deve impegnare per fare la propria parte e per poter partecipare a un cambiamento in positivo. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Integrare, voce del verbo abbracciare

Michele Senici (a sinistra nella foto) lavora presso Mazì ( insieme , in greco), una scuola che accoglie i bambini rifugiati del campo profughi dell’isola, che non hanno accesso al sistema dell’istruzione pubblica. Ogni giorno circa 150 studenti tra i 12 e i 17 anni trovano tra le aule di Mazì un rifugio sicuro che offre loro un pasto caldo, l’opportunità di imparare e crescere insieme e il supporto psico-sociale necessario per affrontare la vita difficile che vivono ogni giorno nell’hotspot. È una non-banalità che dovremmo imparare a riconoscere: dietro le scelte politiche della nostra Unione Europea, ci sono le storie di vita di Mahdi, Fateme, Mobina, Mohammed, Ibrahim che troppe volte soccombono dietro alle scelte, alle propagande, ai discorsi e alla parole. Qual è il primo aiuto che si può dare ai migranti più giovani nel loro passaggio dalla fuga da una casa che non hanno più al tentativo di integrazione in Europa? «Sono convinto che la vera necessità sia la formazione. Dire loro che l’Europa che sognano non è quella che hanno intorno in questo presente, perché nemmeno noi europei vorremmo che le cose stessero così, spiegare loro quanto sia importante imparare l’inglese o il greco, perché solo così potrai capire i tuoi doveri e lottare per i tuoi diritti. Mi piacerebbe un’Europa che abbraccia e che si lascia abbracciare, tutto qui. Un abbraccio di prossimità, libertà, equità, un abbraccio che instilli resilienza. Per concludere, raccontaci tre piccole cose che ti hanno sorpreso… «La prima è la normalizzazione, cioè capire che probabilmente l’essere umano è talmente forte da sapersi adattare ad ogni condizione di vita.

 

Nepal, lezioni di vita vissuta

Il Charity Work Program di Alberto di Scienze della formazione 08 ottobre 2019 di Alberto Ciresola * Partire per un’esperienza con il Charity Work Program significa lasciare tutto ciò che è abituale, quotidiano per mettersi alla prova e sfidarsi. È la vita il banco di prova in cui mettere in pratica ciò che si è imparato nelle aule universitarie. Vivendo un’esperienza di volontariato in Nepal ci si rende conto di quanto sia molto più facile apprendere nozioni, imparare strategie d’intervento, studiare. Quando ci si accorge che tutto ciò che si è imparato può essere solo in parte messo in pratica, non resta che rimboccarsi le maniche e mettersi in ascolto per ricominciare ad apprendere. Si impara a vivere in un contesto diverso: il fascino dei templi induisti e buddisti è mescolato all’odore di spezie e smog di vecchie motociclette che sfrecciano senza sosta per le strade caotiche di una capitale asiatica. Di nepalesi che contrattano cifre che sembrano irrisorie, ma che fanno la differenza per chi uno stipendio a stento ce l’ha. Cittadini non solo di quel mondo globalizzato di cui tanto i giornali patinati parlano, ma di un mondo che si sente così lontano che sembra non ci appartenga.

 

Un porto sicuro a Gerusalemme

charity work program Un porto sicuro a Gerusalemme È il Centro Santa Rachele che si prende cura dei più vulnerabili, i bambini. Convivenza non è però sinonimo di inclusione, spesso l’integrazione all’interno di questa società così complessa risulta in realtà fragile. In questa situazione instabile si può comprendere quanto sia problematica la vita di coloro che decidono di emigrare qui. In particolare, abbiamo avuto modo di confrontarci con la minoranza all’interno della minoranza: le famiglie cattoliche immigrate in questa città nel corso degli ultimi anni. Il Centro li accoglie fin dai primi mesi di vita all’interno del proprio asilo nido, e li accompagna nella loro crescita personale e spirituale fino alla fine della scuola elementare. Ed è questa la sensazione che ha donato anche a noi: fin dall’inizio ci siamo sentite accolte e benvolute, rese partecipi della vita all’interno di questa comunità cattolica, accompagnate pazientemente e con amore in questa esperienza così breve ma di così grande valore. Grazie a padre Rafik, padre David, padre Benedetto, suor Claudia e Daniella, fonti di ispirazione e di ammirazione per la passione, la perseveranza e la dedizione che mettono ogni giorno per garantire a questi ragazzi una possibilità di scelta. charity work program #volontariato #solidarieta' Facebook Twitter Send by mail CHARITY WORK PROGRAM Il programma , realizzato grazie al supporto dell'Istituto Toniolo di Studi Superiori e ai fondi del 5permille, ha promosso, dal 2009 a oggi, più di 300 scholarship della durata di 3-8 settimane per studenti di tutte le facoltà le sedi dell’Ateneo.

 

Charity, la prima volta in Nepal

CHARITY WORK PROGRAM Charity, la prima volta in Nepal Due nuove destinazioni per il programma di volontariato internazionale: oltre allo Stato himalayano si aggiunge anche la Romania come secondo Paese europeo, per un totale di 21 progetti. In Nepal gli studenti iscritti a un corso di laurea della facoltà di Scienze della Formazione trascorreranno il loro periodo di volontariato presso la Ong Engage. In totale sono più di cinquanta gli studenti che la prossima estate scriveranno una voce nuova nel proprio Cv grazie al Charity Work Program, il programma di volontariato internazionale promosso dal Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale (Cesi) . Un’iniziativa che, grazie al contributo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e ai fondi del 5 per mille, da dieci anni offre l’opportunità di vivere un’esperienza di volontariato in Paesi emergenti e in Via di Sviluppo. Per questo è scelta da un sempre crescente numero di studenti, come emerge dal significativo aumento delle richieste di partecipazione: nel 2018 hanno preso parte alle selezioni 275 studenti provenienti da tutte le facoltà e da tutte le sedi dell’Università Cattolica con un incremento pari al 18% rispetto all’edizione dell’anno precedente. Nel corso degli anni il Charity è stato modulato in modo da rappresentare un percorso sempre più coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte infatti solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. charityworkprogram #solidarieta' #volontariato Facebook Twitter Send by mail INTERNATIONAL VOLUNTEERING È un programma di Volontariato internazionale rivolto a tutti gli studenti e ai neolaureati dell’Università Cattolica, per tutti gli anni di corso, tutte le facoltà, tutte le sedi.

 

Service Learning ad Atene

Volontariato Service Learning ad Atene Dal 6 al 9 aprile tre studenti della Laurea Magistrale in “Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali” hanno svolto attività di volontariato formativo nel quartiere di Neos Kosmos di Atene. L’apertura del servizio è stata possibile grazie all’operato di diversi enti tra cui la Confederazione Italiana Consultori Familiari di ispirazione Cristiana e l’Università Cattolica del Sacro Cuore (CESPEF), rispettivamente rappresentati dal Presidente Don Edoardo Algerie dalla professoressa Livia Cadei . All’interno della struttura abbiamo infatti avuto la possibilità di partecipare attivamente ad alcuni dei momenti salienti della vita del servizio, quali la distribuzione del vestiario e l’attività di doposcuola con bambini e ragazzi durante lo svolgimento di compiti e gioco. La Social House, invece, è un centro di accoglienza per famiglie in difficoltà, che garantisce alle persone un luogo sicuro dove provare a costruire progetti di inserimento lavorativo e sociale. Joseph Bazouzou , punto di riferimento del quartiere che attualmente accoglie circa venti rifugiati siriani in fuga dalla guerra e alla ricerca di un futuro in Europa. Ci siamo immersi in un contesto che è paradigmatico di un’Europa tanto in difficoltà quanto ricca di persone disponibili e propositive, e questo ha fatto nascere in noi molte riflessioni. studenti di Pedagogia interculturale - Laurea magistrale in Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali #psicologia #pedagogia #servicelearnierg #volontariato #esperienze #grecia Facebook Twitter Send by mail.

 

In corsa per un’estate solidale

charity work program In corsa per un’estate solidale Tra luglio e settembre sono 46, selezionati tra 178 candidature , gli studenti in partenza per il Charity Work Program , che offre la possibilità di vivere un’esperienza di volontariato in 15 Paesi in via di sviluppo . Nuove destinazioni Romania e Nepal 18 giugno 2019 Sono 46 gli universitari che quest’estate scriveranno una voce nuova nel proprio Cv grazie al Charity Work Program . Mentre prosegue l’allargamento del programma a neolaureati e iscritti a master, dottorati e scuole di specializzazione, anche quest’anno il Charity Work Program promuove nuove destinazioni e nuove partnership con Ong e Onlus che lavorano in Africa, Asia e Sud America. Ventuno progetti in 15 Paesi ospiteranno gli studenti che, grazie alle scholarship della durata di 3 – 8 settimane, potranno vivere la loro esperienza di volontariato in Albania, Bolivia, Brasile, Camerun, Ghana, Guatemala, India, Madagascar, Messico, Nepal, Romania, Senegal, Terra Santa, Zambia e Uganda . Due importanti new entries nell’edizione 2019 del Charity Work Program sono la Romania , seconda destinazione europea a rientrare nel programma dopo il successo riscosso dalla destinazione dell’Albania, che viene riproposta nell’edizione di quest’anno. charityworkprogram #solidarieta' #cooperazione #volontariato Facebook Twitter Send by mail MISSION EXPOSURE L’Università Cattolica promuove un’altra iniziativa nel campo del volontariato, Mission Exposure , ideato dal Centro Pastorale e dal Cesi in collaborazione con il Pime, che propone agli studenti un’esperienza di missione. L’edizione 2019 coinvolge 10 studenti delle facoltà di Scienze politiche e sociali, Psicologia, Scienze della formazione, Scienze bancarie, Scienze linguistiche, Lettere e Filosofia.

 

Volontariato in Thailandia

gennaio 2019 di Sara Bellini Bertoglio * Ho iniziato la mia esperienza con la certezza che sarebbe stato estremamente complicato adattarmi a una cultura differente, una casa differente e un’attività che non avevo mai svolto prima. Ma, nel momento in cui sono arrivata alla casa che mi avrebbe ospitata, mi sono sentita al sicuro e benvenuta, e durante tutta l’esperienza questa sensazione non è mai vacillata. Ho ricevuto lo stesso benvenuto dai coordinatori di World Endeavors per la Thailandia, una coppia estremamente dolce e accogliente che, ancora una volta, mi ha fatta sentire parte di una famiglia. Sono stata inoltre trattata da amica durante il mio secondo giorno alla fondazione dove facevo volontariato, quando quattro ragazze che lavoravano lì per uno stage universitario mi hanno sorpresa invitandomi a fare una pausa con loro e comprandomi da mangiare. Un’altra persona che sono grata di aver conosciuto è Moeko, una studentessa di Tokyo che ama tanto la Thailandia ed era occupata con delle ricerche per la sua tesi di laurea sull’empowerment femminile. Mi sono sentita amata dai bambini che ho incontrato alla fondazione e grazie a loro credo di aver perso la sensazione di imbarazzo e agitazione che ho sempre sentito con i più piccoli. Il pensiero che un giorno quei piccoli bimbi cresceranno e costruiranno le loro vite mi emoziona molto, perché per solo un mese nella loro esistenza io mi sono presa cura di loro e ho voluto loro bene.

 

Il soffocante colore bianco

Charity Work Program Il soffocante colore bianco È inutile girarci intorno, i colori della pelle esistono e con essi gli stereotipi. Per Francesca , studentessa di Scienze politiche, l’incontro con i giovani carcerati del Camerun nel suo Charity Work Program l’ha costretta a mettersi in discussione. Io e Giulia abbiamo affiancato per tutto il periodo di volontariato con il Charity Work Program le ragazze del servizio civile e il personale locale del Centro orientamento educativo (Coe). Le attività riguardavano soprattutto il progetto nel carcere: il corso di alfabetizzazione e attività ludico-educative con i minori detenuti, colloqui di assistenza psico-legale con gli adulti e attività riguardanti la cooperativa per l’inserimento lavorativo dei detenuti. Abbiamo avuto moltissime occasioni, che abbiamo colto al volo, di viaggiare, conoscere persone e luoghi, scoprire tradizioni e schemi mentali lontani da noi, lavorare, faticare a capirci, arrabbiarci, ridere insieme a persone fantastiche, pensare, pensare e ancora pensare. In Camerun invece il bianco è un colore soffocante, stringente, diverso, talmente diverso che a volte desideri di poter dipingere questa tua pelle, portatrice di così tanti stereotipi. anni, di Milano, secondo anno della laurea magistrale in Politiche per la Cooperazione internazionale, facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Milano #charityworkprogram #solidarieta' #volontariato Facebook Twitter Send by mail.

 

Il Brasile, il sorriso e la speranza

È strano non vederli più impegnati a colorare, cercare di imparare a comporre le lettere dei loro nomi o scrivere i primi numeri su un foglio e poi mostrarti fieri il risultato. È strano non entrare più in cucina prima di pranzo e aiutare la cuoca Sara a preparare i piatti per i bambini, vederla cantare e scherzare con noi, sempre allegra, e anche cercare di insegnarmi a ballare la samba, nonostante io fossi completamente negata. Il primo giorno, svoltando l’angolo e imboccando la strada per raggiungere l’asilo, li abbiamo visti, già da lontano, fuori dal cancello ad aspettarci, con gli occhiali da sole e le trombette colorate. Dopo i primi giorni, in cui mi sentivo a tratti spaesata e non capivo sempre quello che mi era richiesto, abbiamo imparato a conoscere la routine della giornata, ben scandita nei suoi diversi momenti, e a capire come muoverci e cosa fare. Così le giornate hanno cominciato a susseguirsi in maniera sempre più naturale e veloce: dopo la mattinata trascorsa con i bambini più piccoli, dalle 13 ci aspettavano i bambini del doposcuola, con un’età compresa tra i 6 e gli 11 anni suddivisi in tre classi. Il nostro compito era aiutarli nelle diverse attività, come matematica, inglese o portoghese, dove però il rapporto si invertiva ed erano più loro che cercavano di insegnare a noi nuove parole e parlavano lentamente, così che riuscissimo a capire. Durante queste visite ho conosciuto persone con una forza incredibile, che, nonostante avessero vissuto grandissime difficoltà e subito molte perdite, continuano a vivere, giorno per giorno, con il sorriso e la speranza che le cose possano migliorare.

 

Nelle braccia di Mamma Africa

Charity Work Program Nelle braccia di Mamma Africa Fin da subito è lei che mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e mi ha regalato con i suoi colori e i suoi sorrisi un profondo cambiamento. novembre 2015 di Sara Conzo * Quando ho scoperto che avevo superato la selezione per partire per la Tanzania , l’ansia e la paura lasciavano presagire che sarebbe stata un’esperienza importante. Quel buio così forte mi ha subito fatto capire che avrei dovuto imparare a guardare con occhi nuovi, che avrei dovuto posare la mia corazza di ritmi frenetici, oggetti superflui, convinzioni stereotipate e pregiudiziali. Ed è proprio in quel momento, quando ho deciso di abbandonarmi nelle braccia di Mamma Africa, che lei mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e quello che mi ha regalato è stato un lento, impercettibile, ma profondissimo e meraviglioso cambiamento. Nelle tre settimane trascorse a Nyabula ogni giorno di più ho imparato a godere della semplicità, ho imparato che la diversità esiste, ma è solo una forza inarrestabile di arricchimento dell’anima, ho imparato ad ascoltare la natura e a sintonizzare i miei ritmi con l’andamento lento delle giornate. anni, di Carosino (Ta), secondo anno laurea magistrale in Scienze linguistiche e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

La mia Africa, il mio lavoro

Charity Work Program La mia Africa, il mio lavoro Grazie al mio Charity Work Program in Madagascar sono più sicura di aver scelto il percorso di studi che far per me e, da futura cooperante, voglio tornare ad aiutare questo meraviglioso continente. L’impatto con un Paese così povero come il Madagascar è stato forte, e guardandosi intorno si capisce ancor più l'enorme lavoro che fanno le suore Nazarene, che ci hanno trattate come loro sorelle. Ricorderò ogni momento passato a ridere di frasi in malgascio di cui non capivo neanche una parola, e la soddisfazione dei bimbi più grandi quando invece ne capivo qualcuna, il loro "bravaaaa" mi faceva sentire davvero soddisfatta, una soddisfazione che nessun esame e nessun traguardo personale può comprare. I bimbi delle elementari e dell'asilo, i monelli più affettuosi che abbia mai conosciuto, mi hanno regalato oltre che a un allenamento degno di una palestra con il loro correre e saltarmi addosso a qualsiasi ora del giorno, una gioia di svegliarmi che non avevo mai provato. Dal " jardaina " pieno di animali, all'orto, all'enorme " terrain ", non c'era momento in cui non avessi almeno tre bambini per ogni mano, attaccati alle braccia, alla schiena, che mi tiravano volendo farmi vedere cose che mi sono resa conto di dare troppo per scontate. Dopo questa esperienza sono ancora più sicura di aver scelto il percorso di studi che fa per me e lo finirò nella convinzione di voler lavorare per aiutare questo meraviglioso Paese che è l'Africa, e i meravigliosi bambini di cui porterò nel cuore ogni sorriso. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

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