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Caruso, si apre un’era neo-nazionalista

milano Caruso, si apre un’era neo-nazionalista Secondo il ricercatore di Politica economica, con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca più che col neo-protezionismo avremo a che fare con un mondo meno cooperativo, e perciò anche più povero, in cui aumenterà il peso dell’economia della guerra. È lo scenario che potrebbe aprirsi con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, secondo Raul Caruso , ricercatore di Politica economica alla facoltà di Scienze politiche e sociali . Una stagione che potrebbe mettere a rischio regimi e istituzioni internazionali, in un mondo che, diventando meno cooperativo, sarà anche più povero. Si andrà verso una fase “neo-nazionalista”, in particolare per le relazioni economiche internazionali, ma non è detto che corrisponda a una fase apertamente neo-protezionista. Quindi una fase ‘neo-nazionalista’ apre a maggiori distorsioni del mercato da parte dei governi e a costi sociali elevati, in particolare per i più poveri, a dispetto della retorica populista in voga negli ultimi tempi. Il Giappone di Abe è chiamato a scegliere se rimanere fermo nella sua politica di apertura alla Cina oppure mostrarsi in linea con la linea dura anticinese di ‘The Donald’. Con queste prospettive come si potrà bilanciare il rapporto tra economia e sviluppo? «Nell’era di Trump la parola “sviluppo” non sarà più sul tavolo di molti leader politici e osservatori internazionali.

 

Alla guerra dei dazi

Un’iniziativa già tentata da Bush nel 2003, che ha il chiaro intento di sfavorire la Russia, il Giappone e, soprattutto, la Cina, nei due settori citati, particolarmente sensibili per gli Usa. Una chiara delegittimazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, secondo Andrew Spannaus , giornalista americano che già mesi prima aveva previsto la vittoria di Trump, per la sua capacità di intercettare le reali esigenze del popolo americano, di quelle classi oppresse che ormai rappresentano il 75% dei Paesi ricchi. Su una lunghezza d’onda diversa il direttore dell’ Aseri Vittorio Emanuele Parsi ( in alto la sua videointervista ), che ritiene vi sia «una visione teologica, astorica del libero commercio», che invece ha causato questa distribuzione iniqua delle risorse nelle nazioni più sviluppate. Il protezionismo (che Trump di certo non ha inventato) a suo tempo ha fatto aumentare i dati relativi al commercio degli States e permesso di proteggere lo standard e la qualità dei loro prodotti. È questo ciò che preme maggiormente al Presidente, quello che ha promesso ai suoi elettori e che ora tenta di rispettare: produrre, far crescere la manifattura, ridurre il deficit commerciale e il gap con la Cina. Per il professor Luca Rubini dell’Università di Birmingham, invece, ciò che ha causato questo divario sempre più netto tra poveri e ricchi è la mancanza di politiche interne mirate, non il libero commercio. I dazi nascono per sfavorire la Cina ma in realtà impattano più sul Canada, sul Messico e sull’Unione Europea, tanto che è stato rinviato fino a giugno l’ultimatum all’Unione europea, nel tentativo di trovare finalmente un accordo proficuo per entrambe le parti in causa.

 

L’Islam secondo Gad Lerner

milano L’Islam secondo Gad Lerner Il giornalista, tornato in Tv con “Islam, Italia” , parla agli studenti del master Ipm del suo reportage: un mondo da conoscere più da vicino, perché non c’è alternativa all’integrazione. gennaio 2017 di Stefano Galimberti e Lorenzo Giarelli È da poco tornato in tv con una serie di sei puntante per spiegare da vicino la trasformazione della nostra società in rapporto all’islam. Un reportage di quelli «come si faceva una volta», quello di Gad Lerner , «perché il mio lavoro parte ancora da una biro e un taccuino, prima ancora delle immagini e delle tecniche di montaggio» ha affermato. Si chiama “Islam, Italia” ed è un lavoro corposo, che ha lo ha portato a viaggiare per il mondo – Qatar, Nigeria, Turchia, Francia – per arrivare a capire da vicino gli aspetti dell’islam che riguardano l’Italia. Il titolo del programma – ricorda Lerner – è un riferimento a un mio vecchio programma che si chiamava “Milano, Italia”, realizzato quando fare inchieste sul Nord era una novità assoluta, in controtendenza ai mille lavori che si facevano sul Sud Italia». Per Gad Lerner c’è stata poi una difficoltà in più: «Quando ho iniziato a lavorare per realizzare “Islam, Italia” ho pensato che dovevamo essere curiosi e presentare risultati inaspettati. Oltre al Qatar, c’è un altro Paese cruciale nell’indagine di Gad Lerner: «La Nigeria, con il suo enorme boom demografico, è fondamentale per capire alcune dinamiche sociali».

 

L’immigrazione e il blocco di Trump

milano L’immigrazione e il blocco di Trump Delia Pompa, del think tank americano Migration Policy Institute , parla ai nostri microfoni delle misure restrittive verso i Paesi arabi. Non sappiamo se diventeranno esecutive, devono superare tre diversi vagli». febbraio 2017 di Gianluca Durno e Lorenzo Giarelli «Non sappiamo ancora se il blocco di Trump verso i Paesi arabi diventerà esecutivo, perché la decisione deve essere sottoposta a tre diversi vagli. Delia Pompa , ricercatrice di Education Policy al Migration Policy Institute , think tank americano che si occupa proprio di tematiche legate alle migrazioni internazionali, legge così il momento politico che vivono gli Stati Uniti dopo l’insediamento di Donald Trump. Da quando Donald Trump è entrato nei pieni poteri di presidente, il mondo vive nell'incertezza di non sapere se il tycoon terrà fede alle promesse più estreme fatte in campagna elettorale. In attesa di capire se il blocco diventerà esecutivo, di certo il tycoon sembra andare controcorrente rispetto alle politiche di Obama: «In generale, in tema di integrazione – ha detto Delia Pompa – Obama ha attuato buone manovre. Su tutte, l'atto con cui diede protezione a chi fosse arrivato negli Usa prima dei 16 anni di età, anche da clandestino».

 

Oltre la diplomazia dei tweet

milano Oltre la diplomazia dei tweet Secondo Sir Ivor Roberts , già ambasciatore britannico a Roma, le relazioni diplomatiche sono più importanti che mai, anche in un tempo in cui il mondo, a partire dalla Siria, è in fiamme, e la politica sembra accadere sui social. È un messaggio di realismo e di speranza quello che Sir Ivor Roberts ha portato nella sua lezione promossa da Alta scuola in economia e relazioni internazionali (Aseri) e da centro di ricerca sulla Cultura e narrazione del viaggio dell’Università Cattolica. Da ultimo, la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è stata una mossa controproducente dal punto di vista dell’equilibrio diplomatico. Anche l’annunciato e storico meeting tra il presidente Usa e Kim Jong-Un è il punto d’arrivo di un paziente lavoro di cucitura svolto dalla Corea del Sud e dal suo presidente Moon Jae-In. Siamo giunti a questo punto perché in passato è mancato un adeguato esercizio della diplomazia» è l’opinione di sir Roberts. Se a Douma è stato Assad a far uso di armi chimiche», dice il direttore Aseri, «è impossibile che l’abbia fatto senza l’accordo della Russia, che esercita un’influenza enorme sulla politica del regime. Se la responsabilità è russa, quindi, è la Russia che si sarebbe dovuta colpire: si è scelto di non farlo, dando un ampio preavviso dell’attacco, che quindi non ha avuto alcuna conseguenza concreta per Putin».

 

Tra Usa e Corea, la Cina convitato di pietra

Milano Tra Usa e Corea, la Cina convitato di pietra Secondo il professor Vittorio E. Parsi la passeggiata di Trump oltre il 32° parallelo rimarrà la più famosa al mondo dopo quella di Neil Amstrong sulla Luna. luglio 2019 di Vittorio Emanuele Parsi * La passeggiata di Donald Trump oltre il 32° parallelo rimarrà probabilmente la più famosa al mondo dopo quella di Neil Amstrong nel Mare della Tranquillità nel luglio del 1969. Come ha giustamente sottolineato Papa Francesco, si tratta comunque di un gesto simbolico importante positivo, se solo si considera che lungo quella linea armistiziale gli unici sconfinamenti in tanti decenni sono stati quelli legati alle provocazioni, spesso omicide, da parte nordcoreana. Il quale fino ad ora ha sempre preferito che la Corea del Nord logorasse i nervi della superpotenza americana allo scopo di mostrarne (soprattutto agli altri Paesi della regione) l’inefficacia della sua politica. Ma è evidente che i temi sollevati rudemente dall’amministrazione Trump restano sul tappeto e che la fase iperglobalista, succeduta alla crisi dell’ordine liberale immaginato a Terranova nel 1941 e progettato a Bretton Woods (1944) e San Francisco (1945), è destinata a finire alle nostre spalle. E con lei l’evidenza che più tempo aspettiamo a invertire il meccanismo, più è certo che la lotta tra gli iperglobalisti e i loro oppositori sarà animata da attori illiberali: Cina e grandi multinazionali da un lato, formazioni politiche pupuliste e sovraniste dall’altro. docente di Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze politiche e sociali e direttore dell’Alta Scuola in Economia e Relazioni internazionali ( Aseri ) #politicainternazionale #trump #coreadelnord Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Era Trump, cosa cambierà?

Politica estera Era Trump, cosa cambierà? Ridefinizione dei ruoli di potenza e riformulazione dei rapporti internazionali. A Brescia un seminario ha discusso della visione, delle priorità e delle direttrici di politica estera della nuova amministrazione statunitense a due mesi dall’insediamento. Tra gli esperti intervenuti, introdotti dal prorettore Mario Taccolini : Carolina De Stefano , della Scuola Superiore Sant'Anna e George Washington University, Giuseppe Gabusi dell’Università di Torino, T.wai - Torino World Affairs Institute, Enrico Fassi , Andrea Plebani , Alessandro Quarenghi e Andrea Locatelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. politica #estero #economia #trump #usa Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Europa, il bivio è vicino

Brescia Europa, il bivio è vicino Le elezioni francesi potrebbero segnare un punto di svolta per l’Unione europea, sostiene il professor Damiano Palano . Ma, afferma il professor Michele Brunelli , la crisi potrebbe essere anche un’occasione di rilancio. aprile 2017 Potrebbe venire anche un effetto positivo per l’Europa dalla nuova amministrazione americana. Lo sostiene ai nostri microfoni Michele Brunelli , docente di Storia delle civiltà e delle culture politiche alla sede di Brescia dell’Università Cattolica, secondo cui l’Unione europea potrebbe avere l’occasione di provvedere alla propria difesa tramite un esercito europeo, che sia unico e compatto. Il professor Brunelli è intervenuto al seminario “L’età dell’incertezza. Scenari globali e l’Italia” , che si è tenuto lo scorso 29 marzo nella sede di via Trieste, per iniziativa del dipartimento di Scienze storiche e filologiche e delle facoltà di Scienze linguistiche e di Scienze politiche e sociali. Nel video anche l’intervista a Damiano Palano , docente di Scienze politica all’Università Cattolica, che riflette sul momento cruciale che aspetta l’Europa e sui prossimi appuntamenti elettorali che l’aspettano, primo tra tutti quello francese, con la possibile vittoria di Marine Le Pen e le conseguenze per l’Unione europea.

 

La Nato tra Trump e Putin

MILANO La Nato tra Trump e Putin Quale ruolo per l’Alleanza Atlantica con il nuovo inquilino della Casa Bianca, con il mutamento delle relazioni Usa-Russia e delle nuove frontiere dello scacchiere siriano e del terrorismo di matrice islamica. Decimo convegno di studio il 3 maggio a Milano 28 aprile 2017 Dalla politica estera di Trump, ancora molto in fieri , alla guerra in Siria e al ruolo di Putin. Il rapporto transatlantico dalla storia all’attualità: fasi e compiti della Nato , questo il titolo della giornata di studi che sarà introdotta dai saluti istituzionali del preside della facoltà di Scienze politiche e sociali Guido Merzoni e del direttore dell’omonimo dipartimento Massimo de Leonardis . Le nuove minacce della cyber warfare e della guerra ibrida saranno affrontate da accademici, diplomatici e militari che metteranno in evidenza, in uno scambio a più voci, il significato che l’emergere di queste nuove dimensioni ha per una realtà a vocazione tradizionalmente militare. La prima (ore 11-12.45), incentrata su I compiti della Nato: deterrenza e difesa, hybrid warfare e cyber defence , sarà presieduta da Massimo de Leonardis , ordinario di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali e presidente ICMH. Si parlerà di Visioni Geopolitiche nella seconda sessione (ore 14-15.30), coordinata da Pier Paolo Ramoino , vice presidente, Centro interdipartimentale di Studi Strategici Internazionali Università di Firenze. Nel corso del dibattito si potranno, infine, avere anticipazioni sui temi in discussione e sulle prospettive del prossimo vertice Nato a livello di capi di Stato e di governo, che si terrà a Bruxelles il 25 maggio.

 

Il mondo alla prova Trump

analisi Il mondo alla prova Trump Per il professor Vittorio Emanuele Parsi l’ordine internazionale liberale può essere danneggiato dalla nuova presidenza Usa: potrebbero rivelarsi quattro anni perduti in un mondo dove crescono le diseguaglianze. Sono solo alcune, nemmeno tutte, delle perle di saggezza contenute in un’intervista a ruota libera rilasciata domenica scorsa al Times e alla Bild dal neo-presidente Donald Trump , che il 20 gennaio si insedierà alla Casa Bianca. Ne emerge un quadro desolato e preoccupante dello stato di salute della democrazia americana, che ha consentito l’elezione di un candidato le cui idee sul mondo sono un impasto di pregiudizi da bar e colossale ignoranza: una marea di sciocchezze. Al di là del legittimo sconcerto, ciò che preoccupa maggiormente è la considerazione che le istituzioni su cui si è fondato il concetto di Liberal World Order (l’ordine internazionale liberale) possano essere danneggiate irreparabilmente da quattro anni di presidenza Trump. Ma il futuro dell’Alleanza Atlantica, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e delle Nazioni Unite ha a che fare con la vita di tutti noi. In queste istituzioni si è incarnata quell’egemonia politica e culturale degli Stati Uniti che ha fatto definire il Novecento come “il secolo americano”. Ma è soprattutto la diseguaglianza che sta tornando a essere la cifra più inaccettabile del mondo che stiamo lasciando in eredità alle future generazioni. La sensazione è che i quattro anni di questa nuova presidenza saranno, ad andar bene, quattro anni perduti: un lusso che decisamente non potremo permetterci.

 

Dallo storytelling alla post-verità

VITA E PENSIERO Dallo storytelling alla post-verità Mentre inizia l’era Trump, una riflessione sul senso di un’elezione dirompente, dove conta inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile, talvolta inverosimile, può diventare una realtà incontrovertibile. Memori della pessima fama che la forma di governo democratica aveva lasciato, vollero impedire che la nascente repubblica fosse lacerata dalle lotte tra fazioni. E proprio per evitare che l’elezione del presidente degli Stati Uniti potesse scatenare lo scontro delle passioni politiche e mettere a rischio la pace, consegnarono a un collegio di grandi elettori il compito di scegliere chi dovesse essere il capo dell’esecutivo. E cioè quel candidato che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava solo una comparsa del grande circo elettorale americano, ma che, mese dopo mese, macinando vittoria dopo vittoria, è riuscito a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Forse più che formulare previsioni è utile in questo momento riflettere su ciò che ha rappresentato l’elezione di Donald Trump e sulle motivazioni che hanno condotto a un risultato che – comunque la si pensi – rappresenta uno shock destinato a lasciare una traccia profonda. In questo senso la polemica di Trump contro Wall Street e contro l’establishment non sarebbe altro che la reincarnazione di quel vecchio populismo agrario che, sul finire dell’Ottocento, impugnò la bandiera del “sogno americano” contro la “plutocrazia” delle grandi corporations. Perché molto più efficaci diventano strutture di comunicazione personali, capaci di penetrare dei reticoli dei social network, di inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile – o in qualche caso inverosimile – può diventare una realtà dimostrata e incontrovertibile, quasi impossibile da scalfire persino con le più sofisticate argomentazioni.

 

Gentiloni, l’Europa rialzi la testa

milano Gentiloni, l’Europa rialzi la testa Dopo la Brexit e l’inattesa vittoria di Donald Trump alle elezioni americane c’è ancora più bisogno di un nuovo ruolo del vecchio continente. Ha aperto così la propria prolusione il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni , in occasione dell’inaugurazione dell’anno Accademico 2016/2017 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nell’aula magna di largo Gemelli, dopo il discorso inaugurale del rettore Franco Anelli e il saluto del presidente dell’Istituto Toniolo cardinale Angelo Scola. Il discorso di Gentiloni ha toccato i temi più caldi della politica internazionale: dalla Brexit alla crisi dei migranti, con riferimento anche all’elezione a sorpresa di Donald Trump come nuovo presidente americano. Eppure Gentiloni ha ribadito come il colosso a stelle e strisce, almeno a partire dalla presidenza Obama, stia deponendo la corona della leadership internazionale, spostando l’asse verso l’Asia e il Medioriente: «In questo contesto bisogna individuare il ruolo che l’Europa deve assumere». In merito ai risultati della campagna elettorale in America, il ministro ha sottolineato che la Trump-fobia sia un’esagerazione: «Oggi ci facciamo mille problemi per Donald Trump, ma il nuovo presidente americano non è il solo a vedere il mondo in un certo modo. Il tema su cui bisogna focalizzarsi, ha detto in conclusione Gentiloni – ricollegandosi al discorso del rettore, Franco Anelli – deve essere il rafforzamento dell’identità europea, che si può perseguire attraverso l’insegnamento del sapere culturale, di pari passo con le attività pratiche. In chiusura del suo intervento, il ministro ha rivolto un pensiero all’Italia, che è tenuta in grandissima considerazione e stima, a livello internazionale: «Come italiani ci stiamo impegnando nell’acquisizione della consapevolezza del nostro ruolo sul profilo internazionale, sia nei meriti, sia nelle responsabilità».

 

Washington, chi c’è dietro la linea dura

Ecco quali possono essere le conseguenze 08 gennaio 2020 Abbiamo chiesto ad alcuni professori dell’Università Cattolica di spiegare le origini e gli sviluppi della nuova crisi mediorientale e di aiutarci a capire quali strumenti si possono adottare per spegnere la miccia di una situazione esplosiva. di Gianluca Pastori * L’uccisione di Qassem Soleimani rilancia in modo drammatico la “ vexata quaestio ” dei rapporti fra Washington e Teheran. Vale inoltre la pena di ricordare come l’attacco dello scorso 3 gennaio non sia il frutto di un’iniziativa individuale e come esso esprima una visione condivisa da almeno parte dell’élite di Washington. Al di là del “flettere i muscoli”, la Casa Bianca non ha alcun interesse a un confronto militare aperto con Teheran, soprattutto alla luce dei cattivi rapporti con il Congresso e nell’imminenza di un voto presidenziale che si preannuncia assai incerto. Come spesso accaduto, l’aumento di tensione provocato alla morte di Soleimani troverà, con ogni probabilità, uno sfogo “gestibile” nelle tante “ war by proxy ” che punteggiano il Medio Oriente. Si tratta, in molti casi, di voci e/o di speculazioni, che segnalano, tuttavia, una variabile in più da tenere in conto per inquadrare quanto accaduto nei giorni scorsi a Baghdad e per comprendere quali potranno esserne gli sviluppi. docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni politiche, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, campus di Milano #medioriente #usa #iran #trump Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Elezioni americane, attenti a Trump

Milano Elezioni americane, attenti a Trump Nella sua lezione agli studenti il vicedirettore de Il Post Francesco Costa analizza la campagna irresistibile che ha portato il magnate a ottenere la nomination. by Gianluca Pisacane | 06 maggio 2016 «Cos’ha fatto Trump che gli altri candidati non sono stati in grado di fare?». Con questa domanda il vicedirettore de Il Post Francesco Costa ha aperto il 5 maggio il suo incontro con gli studenti dell’Ateneo sulle elezioni americane. A moderare Luca Castellin , docente di Comunicazione politica, e Massimo De Leonardis , direttore del Dipartimento di Scienze Politiche nonché ordinario di Storia dei Trattati e Politica Internazionale. Si parte con un’analisi della figura del noto imprenditore di Manhattan, che lo scorso 4 maggio ha conquistato la nomination repubblicana. La gente sa che qualche volta esagera, come con la proposta del muro al confine col Messico, ma pensa anche che sia uno dei pochi a dire le cose come stanno. In America si dice che “i Repubblicani vorrebbero avere l’esercito più grande del mondo, senza usarlo mai, mentre i Democratici il più piccolo, usandolo dappertutto”.

 

Gli Stati Uniti in balia della logica del “me contro te” di Trump

L'analisi Gli Stati Uniti in balia della logica del “me contro te” di Trump La presidenza del magnate americano ha messo tutti contro tutti. Di qui la protesta che non cessa di attraversare le città con possibili ricadute sulle presidenziali di novembre. Parla la giornalista del Foglio e alumna Unicatt Paola Peduzzi by Claudio Rosa | 22 giugno 2020 Gli occhi di tutto il mondo sono, ormai da mesi, puntati sugli Stati Uniti. L’America in questo momento sta infatti vivendo una fase di grandissima ebollizione, nella quale stanno saltando fuori fratture antiche e fratture nuove. Tutto questo sta portando a una mobilitazione evidente delle piazze, il cui effetto lo sentiremo forse nelle elezioni di novembre». Una fase di turbamento e shock per l’Occidente, che amplifica tutto quello che succede: «Questo shock è dato da un 2020 particolarmente strano e da un cambiamento di leadership e di guide che, di fronte a delle crisi come queste, hanno rivelato la loro inefficacia dal punto di vista concreto». Soprattutto ora con le proteste, penso ai discorsi della sindaca di Atlanta, una leadership fatta di cura e attenzione di cui hanno bisogno ora gli Stati Uniti dopo un periodo in cui si sono sentiti bistrattati».

 

Quei falli a centrocampo di Donald Trump

L'analisi Quei falli a centrocampo di Donald Trump Nel primo duello televisivo, il presidente ha cercato con continue interruzioni di non far tirare in porta l’avversario, che, da par suo, lo ha attaccato sul piano personale. Faccio una prima considerazione: il defender , per usare i termini dell’America’s Cup, che avrebbe dovuto essere Trump, in realtà è parso avere un atteggiamento più da attaccante rispetto all’avversario challenger . Ovviamente molto è stato determinato dalle personalità dei due sfidanti: il presidente in carica è il classico uomo che non ha un background politico, diplomatico naturale, come ha, invece, il candidato Dem, e quindi è molto più portato al pragmatismo. Se immaginiamo il dibattito come una partita di calcio, Trump con le continue e insistenti interruzioni ha cercato di giocare pressando alto per non fare giocare l’avversario e utilizzando il fallo tattico per impedirgli di entrare nella propria metà campo, e tirare in porta. Sulla mancanza di fair anche Biden non è stato da meno, facendo attacchi più personali che politici. Mentre Trump rispondeva agli attacchi dell’avversario ribattendo più sulla linea politica dell’ex vice di Obama (per esempio parlava di “voi radicali socialisti”), Biden si riferiva direttamente alla persona, puntando a ridicolizzare la figura di Trump, che già gode di una reputazione pubblica internazionale un po’ negativa. docente al Seminario di Public Speaking, facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Brescia #elezioni usa #trump #biden #dibattito Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Un presidente sulla difensiva. Uno sfidante debole. Una recita a copione

L'analisi del professor Gianluca Pastori 30 settembre 2020 Abbiamo chiesto al professor Gianluca Pastori di commentare a caldo il primo dibattito televisivo tra il presidente uscente Donald Trump e lo sfidante Joe Biden in vista delle elezioni presidenziali di novermbre. La sua analisi è stata pubblicata sull'Huffington Post di Gianluca Pastori * Il dibattito della scorsa notte fra Donald Trump e Joe Biden si è svolto lungo linee ampiamente prevedibili. Più che un confronto su fatti e linee politiche è stato uno scontro di personalità, che Trump ha cercato di dominare con la sua presenza e con la consueta aggressività verbale. Non sempre questa strategia si è dimostrata pagante e se, l’obiettivo dello sfidante era quello (sostenuto da vari osservatori) di smentire gli sprezzanti giudizi del presidente uscente riguardo alla sua presunta “fragilità”, tale obiettivo sembra essere stato raggiunto. Più difficile è capire quanto il confronto sia riuscito a spostare effettivamente il voto degli indecisi, anche se alcuni sondaggi ‘volanti’ condotti subito dopo il dibattito sembrano evidenziare una vittoria dello sfidante democratico in questo segmento dell’elettorato. Entrambi i contendenti si sono sostanzialmente attenuti al copione recitato negli ultimi mesi, con Biden in genere -- ma non sempre -- più “presidenziale” del suo avversario e più aderente all’immagine “istituzionale” che si associa, di norma, all’inquilino della Casa Bianca. continua a leggere sull'Huffington Post] * docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore #elezioni presidenziali #usa #trump #biden Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Tra Biden e Trump vince chi mobilita di più

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Data l’alta incidenza del voto per posta che si registra in questi giorni, potrebbe trattarsi di persone che tendenzialmente votano democratico, vista la tendenza di questo partito ad appoggiarne l’utilizzo. La cosa interessante è che i giovani in America sono chiamati “first-time voters” : molti di questi, infatti, non avevano potuto votare nel 2016, di conseguenza il loro voto rimane un’incognita. Negli ultimi 30 anni però il potere d’acquisto di questa parte della popolazione è diminuito notevolmente: di conseguenza queste persone si sono ritrovate con meno diritti (anche a causa dello scarso potere dei sindacati negli Stati Uniti), mentre altri segmenti della società sono ascesi sulla scala sociale. Nel 1965 Lyndon B. Johnson promulgò il Voting Right Act con cui fu concesso il diritto di voto ai neri, ma da allora non è cambiato molto: molti membri della comunità nera si sono sentiti ignorati dal partito Democratico, che tendenzialmente si rivolge loro solo durante le elezioni. Negli ultimi anni però è cambiata molto la demografia del Paese: l’elettorato bianco è molto diminuito in percentuale a vantaggio di ispanici, asiatici e afroamericani, un dato che ha costretto i Repubblicani ad ampliare il proprio potenziale bacino di voti. Spesso si parla di Trump come di un businessman e di un outsider: in realtà negli anni ‘80 egli è stato un Repubblicano, poi è diventato un Democratico, successivamente un Riformista e infine è tornato tra i Repubblicani.

 

Presidenziali, la vittoria di Biden potrebbe arrivare dai giovani

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. L’enorme errore di Hillary Clinton nel 2016 fu di sottovalutare l’importanza di alcuni Stati di quello che chiamiamo “Midwest” o “Rust Belt” (Wisconsin, Michigan e Pennsylvania) considerati un “Blue Wall”, cioè una cintura democratica tra gli Stati più in bilico come Iowa e Ohio. Quale contributo possono dare per unire le varie anime dei Democratici? «Credo che a unire le anime dei Democratici siano Donald Trump e una svolta a destra dei Repubblicani che si è verificata negli ultimi anni. Però Joe Biden e Kamala Harris in parte si differenziano: Joe Biden è la vecchia guardia democratica, bianco, vive in Pennsylvania, uno che sa parlare dritto negli occhi alla classe operaia bianca che in parte aveva votato Trump, conosce quella gente e ne conosce i suoi “mal di pancia”. Kamala Harris è giovane, spontanea, californiana, una che ce l’ha fatta da sola, è un altro tipo di storia americana, ma in grado di parlare anche ad altri. Il fracking, per esempio, è tra le poche novità che dal punto di vista economico hanno caratterizzato questi Stati rispetto ad altri che sono in relativa decadenza dal punto di vista industriale. In un’eventuale presidenza Biden sarà determinante avere come alleata una parte di America che preme per rinnovare, altrimenti il rischio è una paralisi dovuta sia alla scarsa iniziativa che all’ostruzionismo dei Repubblicani».

 

Black vote matters, il voto afroamericano potrebbe incoronare Biden

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. La polarizzazione dello scenario politico è stata animata e incoraggiata da Trump, che fin dal principio ha imposto la sua idea di politica caratterizzata da spaccatura, litigiosità e da quel clima di microconflittualità che ha contraddistinto ogni disputa. L’aggressività di Trump ha contribuito a surriscaldare gli animi? «Sì, proteste e crisi sociale sono la conseguenza più tragica e visibile, anche perché ci sono di mezzo questioni importanti, come i diritti delle persone e la sicurezza nazionale, che sono temi molto cari a tutti gli elettori. Era comunque abbastanza scontato per la stagione che viviamo che Biden scegliesse una donna di colore e, forse, questa inevitabilità ha tolto un po’ di quella carica che Kamala ha e pure in grande abbondanza. Sul tentativo di mobilitazione di questi due segmenti di popolazione si basa la campagna di Biden, che è fondamentalmente riassumibile con uno slogan (anche perché non ce ne ricordiamo molti altri): “Se volete cambiare lo scenario attuale, l’unica cosa che potete fare è votare”». Utilizzando una sua metafora, si potrebbe dire, dopo quest’inchiesta, che il presidente che avrebbe dovuto “prosciugare la palude” se n’è costruita un’altra, più confacente alle sue caratteristiche, in cui i punti di partenza, di smistamento dei privilegi sono i suoi alberghi, i suoi resort, in soldoni la Trump Organisation. Trump, che prova disprezzo per tutto ciò che è multilaterale, per tutte le decisioni collettive, ha stroncato volontariamente questa fiducia, che dal dopoguerra in avanti è rappresentata dalle istituzioni internazionali e da tutte le loro declinazioni.

 

Chi vince dovrà gestire le rovine d’America

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Non sarà una sorpresa se Biden vincerà per il maggior numero di voti, ma sappiamo bene che per il modello elettorale americano questo non significa che sarà sicuramente lui il presidente. Non è un caso che sia il luogo in cui Biden è nato ma è anche uno degli Stati che quattro anni fa ha regalato la vittoria a Trump. Va detto però che gli elettorati sono molto polarizzati, è vero che c’è una fascia di Repubblicani che non ama Trump, ma stiamo comunque parlando di un partito in cui non c’è un’idea di ripartenza. Crede che una parte dell’elettorato democratico possa astenersi? «La sensazione è che la scelta di Kamala Harris come vicepresidente sia stata felice, perché è una rappresentante degli afroamericani ma è anche un volto fresco, e seppur non sia una giovanissima leva, ha portato più energia. Quali potrebbe essere le novità più immediate che potrebbe comportare una vittoria di Biden? «In America non ci sono quasi mai svolte radicali, però sicuramente cambieranno i rapporti con gli alleati, con l’Europa, con la Nato, che avranno una fase di distensione notevole rispetto a Trump. Per concludere, possiamo dire che questa campagna elettorale è stata una delle peggiori di sempre? «Finora si parlava degli Stati Uniti come della più grande democrazia occidentale, ma queste elezioni hanno mostrato ancora di più che l’America non ha più alcuna lezione da dare ad altri Paesi.

 

«Vi racconto l’America vera che va al voto»

Posti che lei ha visitato… «Queste notizie sono frammenti di storie che ho raccolto nella contea di Roberts dove Trump ha raccolto il 95% dei consensi e dove i suoi sostenitori rappresentano ancora una schiacciante maggioranza. A oggi abbiamo due Americhe: una dice che il virus passerà e che la mascherina non è così necessaria; un’altra invece fa appello alla cautela, alle distanze sociali e alla sospensione delle attività economiche, se necessario. Non è la prima volta che questo Paese è polarizzato, ma la mia percezione dopo cinque anni che ci vivo è che questo solco si sia ulteriormente allargato». Il tema è di grande importanza perché in questo Paese esiste tuttora una forma di razzismo istituzionale che colpisce le minoranze e in particolare gli afroamericani che sono circa il 13% della popolazione. Il tema è diventato oggetto di dibattito elettorale.. «Sì, da una parte i Democratici sostengono la necessità di diminuire gli eccessi di violenza da parte della polizia, ma senza tagliare i fondi alle forze dell’ordine (lo stesso Joe Biden ne è contrario). Questa è una definizione che a mio parere non corrisponde alla realtà dei fatti: ci sono state violenze, ma credo si possa affermare con certezza che si trattava di una minuscola parte rispetto alla maggioranza delle proteste svoltesi in maniera del tutto pacifica». Siccome Trump continua a dire ai suoi sostenitori che il voto per corrispondenza comporterà dei brogli (affermazione che però non trova riscontro), ci saranno delle cause che arriveranno alla Corte Suprema e sarà pertanto importante avere questa giudice eletta.

 

«Il nuovo presidente lo sceglierà il Covid»

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Quale di questi temi incide di più sul risultato elettorale? «Parto da quello che pesa di meno: l’ambiente, perché riguarda soltanto l’elettorato più radicale e di sinistra rispetto a Biden, quell’elettorato che non ama il candidato democratico ma che lo voterà comunque perché sa che Trump è un disastro. Quindi un effetto Covid è inevitabile? «Quello che bisogna capire, e che potrebbe essere decisivo per il risultato elettorale, è se nell’entroterra e nel Sud degli Stati Uniti il dramma del Covid venga davvero imputato a Trump. Trump ha sempre dato la colpa a loro per le rivolte, per i saccheggi e per la violenza, tentando di spiegare che la reazione della polizia è una conseguenza di un disordine anarchico di sinistra e dei gruppi “Antifa”. Quali sono le ragioni che hanno portato Trump e Biden a basare la loro campagna elettorale soprattutto su attacchi personali? «Credo che Biden non possa essere accusato di questo, sugli attacchi personali ha agito difendendosi, avendo davanti un personaggio talmente discutibile e provocatorio. In questi dibattiti è emersa però l’impossibilità di discutere con un avversario che nega sempre la realtà, che di fronte alla realtà dice che sono tutte balle e che niente è vero. Ciononostante, è talmente forte lo spauracchio Trump ed è stata talmente decisiva l’astensione di molti di quattro anni fa che questa volta è molto difficile che l’area socialista non voterà per Biden».

 

La campagna “Covid related” potrebbe cambiare inquilino alla Casa Bianca

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e alcuni dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Per queste ragioni è venuto a mancare quello scontro che tradizionalmente negli ultimi due mesi caratterizza le campagne elettorali, privando il dibattito politico di quell’elettricità e di quella tensione vibrante che ne sono sempre stati il tratto distintivo». I due candidati hanno cercato di mettere più in cattiva luce l’avversario, piuttosto che illustrare i punti di un programma… «È stata una campagna elettorale povera di contenuti, priva di grandi idee, con dei toni assolutamente esagerati. A proposito di mobilitazione dei vari componenti del tessuto sociale americano, non è forse un po’ pretestuoso classificarli in maniera netta e presumere di ottenerne l’appoggio indiscriminato, dal momento che questi segmenti di popolazione al loro interno sono molto articolati? A che cosa si sta riferendo? «L’altro giorno la Borsa di Wall Strett ha fatto registrare una pesante perdita, che ha suggellato una settimana di “profondo rosso”. Così chi ha investito il suo “tesoretto” in questi fondi, si ritrova ora con un capitale che da 300mila dollari è sceso a poco più di 200mila e allora, dinanzi a queste ingenti perdite, potrebbe trasformare il suo voto in un voto di protesta». L’America oggi è un Paese che vive sul crinale della tensione, ci sono movimenti a destra e a sinistra che, come hanno ampiamente dimostrato negli ultimi tempi, sono in grado di trasformare una protesta pacifica in una rivolta violenta, in una guerriglia urbana dai connotati politici.

 

«La pandemia ha penalizzato Trump»

Speciale Elezioni Usa 2020 «La pandemia ha penalizzato Trump» Ne è convinto Daniele Meloni , esperto di politica americana ed ex studente della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica, persuaso che il Covid-19 ha azzoppato una politica economica che andava a gonfie vele. Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e alcuni dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Secondo Daniele Meloni , esperto di politica americana, collaboratore di Startmag ed ex studente della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica, sia Donald Trump che Joe Biden hanno commesso errori e non godono dell’appoggio uniforme da parte dei rispettivi partiti. Quali sono stati gli errori nel corso di questa campagna elettorale da parte del Partito Democratico? Biden è il miglior candidato che si potesse presentare? «La scelta del candidato è l’errore principale. Il Partito Democratico è una macchina rodata, ma questa volta l’alternativa al socialista Sanders è stata quella di un personaggio che non porta di certo con sé un’aria fresca e nuova e che rappresenta una politica fin troppo tradizionale. Bisogna dire che adesso lo scenario è diverso: questa volta c’è una coalizione più coesa in ottica anti-Trump e credo che i fans di Sanders voteranno comunque per Biden». Che cosa si devono aspettare l’America e il resto del mondo nel caso di una rielezione di Trump? E che cosa invece nel caso di una vittoria di Biden? «Cambierà pochissimo in entrambi i casi.

 

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