di Roberto Brambilla

Quali posizioni lavorative si aprono per un dottore di ricerca al termine del proprio percorso? È la domanda che, mentre è in uscita il nuovo bando per l’ammissione ai dottorati di ricerca del nostro Ateneo, emerge in modo più o meno consapevole in chi si appresta a presentare la propria candidatura.

Domanda che, a ben guardare, non lascia tranquilli. E ne rimanda subito a un’altra. Come possono le università sostenere i propri dottorandi e aiutarli a sviluppare le loro potenzialità in vista di un ingresso qualificato nel mondo del lavoro?

Guardandoci intorno, soprattutto a livello internazionale, ci siamo accorti di non essere gli unici ad avere questo tipo di interrogativo. Fin dal 2009 – anno in cui abbiamo aderito come ateneo al Council for Doctoral Education dell’EUA, la European University Association, un contesto formato da più di 240 università in 37 paesi – abbiamo avuto la percezione che queste riflessioni non solo trovassero nell’EUA una casa in cui essere accolte, ma anzi avessero l’opportunità di una condivisione e un rilancio all’interno di un più ampio ambito istituzionale europeo, molto attivo in termini di proposte e iniziative.

Così, abbiamo incominciato a lavorare internamente con i nostri dottorandi (nella foto alcuni di loro alla conclusione del loro percorso) proprio sui temi dellemployability. A partire da una situazione, quella italiana, in cui il possesso di un titolo di dottorato non sembra offrire grandissimi vantaggi a chi si appresta a muovere i primi passi sul mercato del lavoro. Ad esclusione, forse, delle carriere universitarie. Per lo più in un momento storico in cui tutti sono ormai concordi nel sostenere che i posti in accademia sono estremamente limitati e che risulta necessario guardare altrove: alle nuove professioni della ricerca, alla consulenza, alle posizioni ad alto contenuto di conoscenza. Ma dove siano questi altri posti nessuno lo dice.

In questo contesto, che cosa serve allora a giovani ricercatori che si stanno formando in diverse discipline per esplorare gli ambiti professionali in cui potrebbero trovare impiego? Il mercato del lavoro, più che sulle conoscenze, punta oggi sulle competenze. Le chiamano transferable skills: quelle competenze trasversali-alle-diverse-discipline e trasferibili in ogni ambito lavorativo.

Una recente survey, il Global Employability University Ranking, condotta su centinaia di imprese in 21 Paesi - quindi sui datori di lavoro - da parte di una società di consulenza francese specializzata nello sviluppo delle risorse umane e nel rapporto tra università e mondo del lavoro, mostra quali siano gli aspetti maggiormente ricercati dalle organizzazioni nelle loro azioni di recruiting. E il risultato è che le qualifiche propriamente accademiche appaiono decisamente meno importanti rispetto alla valorizzazione delle skills e all’esperienza acquisita. Ecco perché tutti raccomandano, soprattutto a livello dottorale, di non tralasciare una preparazione su quelle competenze trasferibili, che possono rendere maggiormente employable un dottore di ricerca sul mercato del lavoro.

Numerose e ripetute sono le esortazioni da parte dell’Ue e delle Conferenze dei ministri dell’educazione per un nuovo rapporto tra accademia e lavoro. Tutte le dichiarazioni ufficiali vanno nella direzione di un più stretto legame tra mondo della ricerca e mondi professionali e non manca mai il riferimento alle abilità trasversali quale strumento per rendere più organico questo rapporto. Valga per tutte la dichiarazione contenuta nel Work Programme 2016/2017 di Horizon 2020, dove si ammette che “un maggior numero di competenze, sia relative alla ricerca che trasferibili, migliora le possibilità di occupazione e le prospettive di carriera, all'interno e all'esterno del mondo accademico”.

Anche il già citato Council for Doctoral Education ha ribadito in diversi documenti l’importanza delle transferable skills per i futuri percorsi professionali dei dottori di ricerca. E in una recente analisi sulle carriere post dottorato viene anche indicata una lista di competenze trasversali richieste dai datori di lavoro ai possessori di un titolo di dottorato: capacità relazionali e comunicative, propensione al lavoro di squadra, abilità a spingersi sino ai confini delle diverse discipline, mentalità imprenditiva, capacità di risolvere i problemi, orientamento al risultato.

Come si acquisiscono queste skills, dove si imparano? Ritorna la domanda posta all’inizio: che cosa possono fare le università per sostenere lo sviluppo delle potenzialità professionali a livello dottorale?

Il nostro Ateneo da anni offre ai propri allievi di terzo ciclo – oltre a una approfondita preparazione disciplinare e di ricerca, all’interno dei corsi e delle scuole di dottorato – anche un articolato programma formativo sulle competenze trasversali. Se ne sono accorti gli allievi della quarta Summer School Transkills. Competenze strategiche per i giovani ricercatori, che anche quest’anno si è tenuta nella splendida cornice di Villa Vigoni sul lago di Como, quando dichiarano di essere stati favorevolmente colpiti dal fatto di aver trovato in una università italiana una formazione sulle skills di questa portata. Siamo convinti che questa sia la strada: un contributo efficace per rafforzare l’occupabilità di quanti investono per tanti anni in studio e ricerca.

Strategie avanzate sul futuro della doctoral education? No. Una necessità presente.