Uno studente curioso, ironico, un po’ confuso su questo benedetto populismo di cui si sente tanto parlare. Una professoressa disposta a dialogare e spiegare anche dopo le lezioni universitarie. I chiostri dell’Università Cattolica di Milano fanno da sfondo al loro intenso scambio di idee, in cui si avvicendano argomenti storici, economici, sociologici, politici nel tentativo di circoscrivere un fenomeno che si rivela sfuggente. È questa la trama del libro Scusi prof, cos’è il populismo? (Vita e Pensiero, dal 21 febbraio in libreria) scritto da due economisti – i professori Andrea Boitani e Rony Hamuai – che hanno costruito un dialogo serio (ma ironico) in cui ogni tanto la prof si infervora: «Ma tu che studi a fare?» e lo studente provoca: «No! L’inglese no!». Di seguito un estratto dal volume in esclusiva per Cattolicanews. 

Scusi prof, cos'è il populismoUn freddo giorno di fine inverno. L’aria è tersa. Non c’è molta gente in giro per i chiostri dell’università. I pochi passanti sembrano avere fretta. Nessuno fa caso alla giovane Prof con una grande borsa gonfia di libri e allo Studente che passeggiano lentamente stringendosi nei loro giacconi. […]

STUDENTE Bene. Ho capito che non possiamo usare neanche il significato comune del termine populismo per darne una definizione accettabile. Ma cosa dicono gli studiosi? Lei che fa parte del ‘club’ saprebbe dirmi se esiste una definizione condivisa del termine populismo?

PROF. Per la verità anche la comunità scientifica in questo campo sta vivendo un processo simile di con-ceptual stretching… 

STUD. No! L’inglese no, per favore! Lei non ha mai avuto il vizio di infarcire le lezioni di parole inglesi, mica come i suoi colleghi economisti… Anche questo continuo uso delle lingue straniere è un po’ elitario! Quanti italiani del popolo capiscono se uno parla in una lingua che non conoscono? Poi uno dice che diventano populisti!

PROF. [sorridendo] Chiedo perdono! Però lasciami per un momento fare l’elitista intellettuale che implicitamente mi accusi di essere: l’inglese è diventato ormai la ‘lingua franca’ nella quale si esprime il dibattito culturale mondiale. Che i nostri connazionali se ne infischino è un limite non trascurabile per ciò che concerne l’informazione e il sapere del popolo. Tornando a noi, conceptual stretching significa solo ‘estensione concettuale’, ovvero la distorsione di un concetto quando esso non si adatta bene ai nuovi fenomeni che intende cogliere e rappresentare. Anche gli studiosi tendono a classificare come populisti sempre più fenomeni che, in realtà, andrebbero riclassificati altrimenti. […] Tuttavia, è possibile individuare una definizione che ha particolare credito. Aspetta un attimo. Ora ti leggo una frase del noto scienziato politico olandese Cas Mudde [cerca nella borsa un quadernetto in cui ama trascrivere le frasi che l’hanno colpita]. Eccola, l’ha scritta nel 2004: «Il populismo è un’ideologia che in definitiva considera la società come separata in due gruppi omogenei e antagonisti, ‘il popolo puro’ contro ‘l’élite corrotta’, e che sostiene che la politica dovrebbe essere un’espressione della volontà generale del popolo».

STUD. Scusi Prof: potevamo arrivarci subito! Mi sembra che questo Mudde abbia le idee chiare. E potrei usarlo per guadagnare punti nelle discussioni con la mia ragazza, dove faccio sempre la figura del confuso… E mi sento abbastanza convinto dalla contrapposizione tra la purezza del popolo e la corruzione dell’élite. Mi sembra che sia un’idea semplice e comunicabile. Il popolo non controlla il potere e quindi, per definizione, non ha i mezzi per corrompere e nessuno ha motivo di corromperlo. Ma questo forse non è il caso di dirlo alla mia ragazza, che temo si senta inconsciamente parte dell’élite e forse ne fa parte sul serio. Sicuramente non le piacerebbe essere associata alla corruzione!

[La Prof sorride tra sé: per fortuna, pensa, i ragazzi sono sempre… ragazzi!]

PROF. Bene! Vedo che la nostra chiacchierata ti sarà ben presto utile! Comunque [...]. Quello di Mudde è certamente un bel passo avanti rispetto alle visioni secondo cui il populismo sarebbe solo uno stile retorico o una strategia politica. Mudde stesso si preoccupa di specificare come il populismo sia una thin-centred ideology.

STUD. [alzando gli occhi al cielo] Ci risiamo con l’inglese!

PROF. Thin-centred ideology può essere tradotto come ‘ideologia dal nucleo sottile’ e vuole dare l’idea di come il populismo (sebbene rappresenti un’ideologia distinta a tutti gli effetti) non possegga lo stesso livello di profondità, inclusività e complessità delle cosiddette ‘ideologie piene’, come il socialismo e il liberalismo. Il carattere sottile permette al populismo di combinarsi ad altre differenti ideologie di quasi qualunque tipo, generando quella moltitudine di casi passati e presenti molto distanti tra loro e apparentemente accumunati dal solo riferimento al popolo.

STUD. Mica tanto chiaro. Qualche esempio?

PROF. Come sai, esistono movimenti populisti di sinistra, come quelli spesso osservati in America Latina, in qualche modo legati al socialismo, oppure di destra, come quelli frequentemente sorti in Europa, legati soprattutto al nazionalismo. […]

STUD. Uhm… troppe diramazioni. Forse è meglio tornare alla contrapposizione popolo-élite [...]

PROF. […] Mudde sostiene che tale divisione abbia per i populisti natura assiomatica e che prescinda da qualsiasi riscontro con la realtà dei fatti. Essi considerano i due gruppi omogenei al loro interno (con caratteristiche positive per il popolo e negative per l’élite) e negano la possibilità che la società sia composta da altri gruppi al di fuori di questi, come possono essere le classi sociali (la borghesia o il proletariato, eccetera), o addirittura che la società sia formata da singoli individui diversi tra loro per caratteristiche, valori e obiettivi. Con questo antagonismo manicheo tra gruppi dipinti come omogenei al loro interno non può esserci spazio per il compromesso tipico del sistema democratico. Senza compromesso, però, lo scontro tra popolo ed élite non può che terminare con la sconfitta dell’altro, in quanto non semplicemente diverso, concorrente o avversario, ma nemico malvagio.

STUD. Insomma, il vincitore prende tutto! Che c’è di male? È poco democratico?

PROF. Vogliamo davvero affrontare oggi l’argomento di cosa sia democratico e cosa no? Fondamentale indubbiamente, ma rimanderei… Soprattutto con questo freddo [rabbrividisce]. Lascia solo che ti ricordi come la democrazia non possa assolutamente consentire che il vincitore in una elezione annienti lo sconfitto, pena la trasformazione del vincitore in un dittatore. Quello che vorrei tu ora comprendessi è che, nella prospettiva assolutistica di certo populismo, l’altro gruppo è visto come residuale: ciò che non viene identificato nel popolo puro, qualsiasi cosa significhi, è per definizione parte del problema. Ma la democrazia è molto più tutela delle minoranze (anche dell’élite, perciò) che diritto della maggioranza di comandare, anche se la maggioranza è ‘il popolo’!

STUD. Ho capito. La contrapposizione tra popolo ed élite è insufficiente a definire il populismo. Non è così, Prof? Ho l’impressione che non finirà mai…

PROF. Non deprimerti adesso! Se ci fermiamo un attimo al bar a prendere un tè… […]

Entrano nel bar dell’università e si siedono a un tavolino.