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Chi non ha niente, dona tutto

Torno ricoperta di regali e della lezione più bella dei bambini che ho incontrato: imparare a vedere ovunque felicità. L’unica sveglia che mi fa alzare con la voglia di vivere un’altra giornata intensa, piena di emozioni: si tratta delle voci arzille e allegre dei bambini dell’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa, in Madagascar, dove, grazie al Charity Work Program, ho trascorso uno dei mesi più belli della mia vita. C’è chi non ha che poche settimane e chi ha ormai vent’anni, e che oggi può studiare e lavorare grazie al preziosissimo lavoro che ogni giorno le suore malgasce svolgono per i loro ragazzi, mettendosi completamente al loro servizio. Non mi sembra un sorriso mio: mi sembra un regalo, un dono prezioso che ricevo ogni giorno dagli sguardi di questi bambini, che mi stringono sempre più forte e, correndomi incontro, si uniscono agli altri per accompagnarmi a fare colazione. Succede la stessa cosa quando, ogni giorno, alle 11.30 e alle 17.30 vado a dare da mangiare ai neonati, che dormono o piangono fra le braccia di donne malgasce che danno una mano alle suore e che stanno sedute su delle stuoie di una stanza calda e accogliente. Ma i momenti più emozionanti li ho vissuti la sera, quando i pré-maternelles si accingono a infilarsi sotto le coperte dei loro piccolissimi lettini e corrono gridando come matti per scappare da me, che li inseguo fingendo di essere un leone che li vuole mangiare. Invece sono tornata in Italia piena di regali, di oggettini che mi hanno donato, di canzoni, di filastrocche, di sorrisi ed emozioni.

 

Il Perù con i loro occhi

Ho avuto la fortuna di vivere come un ragazzo peruviano, di lavorare, studiare, viaggiare, pescare, mangiare e bere come fanno loro. La maggior parte di loro è tornata dalle proprie famiglie per due settimane di pausa dalle lezioni. Il lavoro nelle coltivazioni è faticoso ma permette di vedere da vicino l’origine di prodotti che in Europa sono largamente utilizzati ma che vengono per la maggior parte importati. La selva è, infatti, intrisa di colori, odori e rumori che ti avvolgono e ti fanno sentire un granello di polvere nell’eternità di una vegetazione che da milioni di anni cresce sullo stesso terreno. Per tre giorni, Wilfredo Mendoza, un professore di botanica dell’università di Lima ha tenuto per noi una corso sulla tassonomia delle specie vegetali che vivono nella provincia di Atalaya concludendo le cinque lezioni con una spedizione nella giungla alla ricerca di specie non ancora riportate nell’erbario nazionale di Lima. La cosa più bella di questa esperienza è stata tutto ciò che stava intorno al lavoro di volontariato nelle coltivazioni. Ho avuto la possibilità di vedere con i miei occhi delle persone che non avevo idea esistessero, persone che vivono in mezzo alla natura, senza telefono, internet o computer ma che amano la vita e ringraziano Dio per tutto ciò che ha dato loro.

 

Incontri che lasciano il segno

Per questo, prima di partire per il mio Charity Work Program a La Paz, mi ero promessa di attingere il minor numero di informazioni possibili, sia sulle attività che avrei svolto, che sulla città, per darmi la possibilità di poter assaporare il piacere dell’ignoto una volta arrivata a destinazione. Fin dal primo giorno al Centro di Riabilitazione Neurologica Infantile della Fondazione Mario Parma ho avuto il piacere di seguire ed affiancare le due psicologhe che vi lavorano, Andrea e Isabella, con cui non solo ho instaurato un bellissimo rapporto di amicizia, ma anche di collaborazione e aiuto reciproco. Dopo un periodo di osservazione mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e poter sperimentare ciò che fino ad allora avevo solo studiato sui manuali, sostenendomi nei momenti difficoltà. Grazie a loro ho appreso il valore della versatilità e della creatività necessaria per l’approccio con ogni singolo bambino e soprattutto l’importanza di trasparenza e diplomazia per l’instaurazione un dialogo proficuo con i genitori. Ho capito quanto è fondamentale considerare la realtà e il contesto di ogni piccolo paziente e quanto spesso ascoltare le loro storie sia coinvolgente ma allo stesso tempo doloroso. È stato gratificante sapere che una volta partita i bambini continuassero a chiedere di me, perché contemporaneamente io mi immaginavo là, con loro. anni, di Milano, secondo anno della laurea magistrale in Psicologia dello sviluppo e dei processi di tutela, facoltà di Psicologia, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Le ferite della Terra Santa

Charity Work Program Le ferite della Terra Santa Il Charity Work Program a Betlemme e in altri luoghi della Palestina, oltre a farmi vivere un’esperienza di volontariato, mi ha permesso di ascoltare nuovi punti di vista sul conflitto arabo-israeliano. Un dramma che colpisce soprattutto i più deboli. ottobre 2016 di Marika Lerna * La Palestina, terra affascinante, a tratti arida e montuosa, a tratti fertile e verde, ci ha accolti subito con un’intensità che ci ha stupiti e ci ha rincuorati. I ventuno giorni sono trascorsi rapidissimi in Palestina, ricchi di volti nuovi, di parole in arabo imparate in fretta, di voci, di paesaggi desertici e città caotiche, ma soprattutto ricchi di nuovi punti di vista, di testimonianze e racconti sulla tematica del conflitto arabo-israeliano. La nostra attività di volontariato prevedeva servizio in varie strutture dislocate a Betlemme, come Effetà, l’Hogar Niño Dios, l’Elderly House, la Società Antoniana, l’Asilo delle suore Francescane nel Campo profughi di Aida. Ognuno di questi luoghi ci ha permesso di entrare in contatto con bambini e anziani e soprattutto con le loro differenti storie. anni, di San Vito dei Normanni (Br), laureata triennale in Lettere Moderne, profilo artistico-teatrale, facoltà di Lettere e filosofia, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

La bambina dagli occhi neri

Charity Work Program La bambina dagli occhi neri Della mia esperienza di volontariato con il Cesi alla scuola “El Girasol” di Querétaro in Messico porto la felicità di tutti, anche se poveri. ottobre 2016 di Giordana Petrone * La scuola “El Girasol” di Querétaro, in Messico, è un edificio di color rosso mattone in mezzo alle strade piene di polvere, a un’ora di bus dal centro. È un popolo con un cuore immenso: non hanno niente eppure l’ultimo giorno di scuola mi hanno riempito di fiori e regali e io mi sentivo totalmente impotente poiché sapevo gli sforzi che avevano fatto anche nel regalarmi un solo fiore. È la piccola che non entrava a scuola se non andavo io a prenderla all’entrata; è la bimba che la prima settimana non voleva togliersi lo zaino e pian piano fidandosi di me se l’è sfilato di dosso. Keyla è la bambina che a casa ti descrive come un angelo tanto che la madre ti chiama “bello Angel”; è quella che chiede alla mamma la doppia razione di merenda perché metà è per la Maestra Giordi. Grazie alla Maestra Pili e a tutti i miei bimbi: Majo, Frida, Emily, Alexa, Mateo, Jonathan, Julieta, Kevin, Morgan, Alejandra, Monica, Jatziri, Lily e, infine, a Keyla, che con i suoi occhi neri ha modificato il mio essere ed è sempre nel mio cuore, con tutti loro. Per tre settimane sono stata una delle loro maestre ma sono stati loro a insegnarmi a riscoprire la bellezza delle piccole cose: sempre sorridenti e pronti a dimostrarti tutto il loro affetto regalandoti un abbraccio, una letterina, un adesivo o persino offrendoti la loro merenda.

 

Il dono di Camilla

Charity Work Program Il dono di Camilla Piangere come una fontana per il gesto semplice di una bambina, simbolo della genuinità e dell’accoglienza della gente boliviana. È quanto mi è capitato a La Paz, dove sono cresciuta professionalmente e ho gustato sapori e saperi di una nuova cultura. Dopo una settimana di osservazione ho avuto la possibilità di mettermi in gioco e di sperimentarmi in prima persona. Ammetto che non è stato facile entrare a contatto con i bimbi perché ognuno di loro aveva una diversa storia, una diversa problematica e bisognava approcciarsi a loro in modo individualizzato. Mi ritengo molto fortunata in primo luogo perché ho avuto il privilegio di lavorare con delle professioniste del settore, la cui disponibilità mi ha dato modo di crescere a livello umano e professionale. Un’esperienza da fare perché rende capaci di vedere il bello anche quando è difficile trovarlo e aiuta a capire molto di noi stessi e di che cosa vogliamo dal futuro. anni, Cassano Magnago (Va), terzo anno del corso di laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, facoltà di Scienze della formazione, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Sguardo, ascolto e azione

Charity Work Program Sguardo, ascolto e azione Sono le tre parole che ci hanno accompagnato nel nostro volontariato in Terra Santa al Caritas Baby Hospital e alla Società Antoniana, dove abbiamo potuto condividere parte delle nostre giornate con gli anziani. ottobre 2016 di Andrea Mora * L'esperienza di servizio che ho vissuto con Marika, Marta e Federica può essere compresa in una sola parola: misericordia. Sapevamo, quando siamo partiti, che l'attività di volontariato che avremmo svolto presso gli istituti caritativi seguiti da Ats - Associazione Pro Terra Sancta sarebbe stato un segno caratterizzato dalla discrezione, una presenza attenta a non mettersi davanti ma accanto al prossimo. Il nostro sguardo si è posato sulla Terra Santa e ha cercato di coglierne la struggente bellezza e gli stridenti contrasti, la quiete sotto la volta antica del cielo e la trepida animazione delle strade, l'austera maestà dei Luoghi Santi e l'umile dignità delle famiglie. La cucina della Società è efficacemente gestita dall'infaticabile chef Suor Caterina, che aiutavamo nel preparare il pranzo per gli Ospiti: nuovi incarichi ci attendevano ogni giorno in cucina, come la preparazione delle Sfiha (pizzette con ripieno di carne e verdure) e dei tortellini. Ci siamo dilettati nella vendemmia e nelle successive operazioni di lavaggio, deraspatura e pigiatura dell'uva e il filtraggio del mosto e suo imbottigliamento allo scopo di confezionare un dolce a base di semolino e succo d'uva che ha allietato le nostre serate. Non sono mancati i momenti ricreativi e culturali, come le feste di paese, le camminate nei vicoli di Gerusalemme, le escursioni a Gerico, sul Mar Morto, nel deserto di Giuda, la visita di due giorni in Samaria e la nightlife di Tel Aviv.

 

Ho trovato altrove la parte migliore di me

Abbiamo trascorso i primi giorni placidamente nella dimora di Addis Ababa, che rappresenta in realtà una specie di oasi felice in una realtà abbastanza traumatica. Insomma l’ironia del destino ha fatto si che l’ultimo giorno dell’anno rappresentasse l’inzio di una meravigliosa avventura in grado di farmi cambiare prospettiva sul mondo. Eravamo partite convinte di poter “dare”, offrire qualcosa alle persone, siamo tornate, invece, loro debitrici non di beni materiali, ma di emozioni mai provate prima, arricchite dalla conoscenza di gente stupenda e dalla consapevolezza del valore delle più semplici cose, spesso dato per scontato. Il trasferimento dalla capitale a Debre Birhan è stato ancora più simile a un viaggio della speranza rispetto all’ottenimento del visto: 130 km di strada pseudo asfaltata e di mandrie di animali che si paravano sulla via e bloccavano placidamente lo scorrimento stradale, reso difficoltoso dalla stagione delle piogge. Una delle prime lezioni sullo stile di vita etiope è stata quella relativa al loro sistema educativo: dopo i tre anni d’asilo, i bimbetti iniziano il loro percorso scolastico che li porta dalla prima all’ottava (la nostra terza media). Abbiamo trascorso tre settimane insieme a loro, apprezzando i loro numerosi pregi, tra cui una maturità non comune in un campione estratto a caso di teenager italiani, un senso di responsabilità e un amore fraterno che, essendo figlia unica, non avevo mai vissuto così da vicino. Leul, stoico e austero, è caratterizzato da un’aurea di cabarbietà, competitività e voglia di arrivare propria di chi ha assunto la consapevolezza che è necessario eccellere.

 

Betlemme, sguardi di speranza

Charity Work Program Betlemme, sguardi di speranza Vivere circondati da un muro che rende difficile la vita quotidiana: è la realtà che ho toccato con mano grazie al Charity Work Program nei territori palestinesi d’Israele. Ho toccato con mano cosa significa vivere dentro un muro, sotto il controllo perenne dei soldati israeliani; ho capito davvero cosa sia avere la fortuna di essere liberi; mi sono emozionata per i racconti di giovani palestinesi che non possono scegliere il loro futuro. Una ragazza palestinese di ventun anni, mia coetanea, conosciuta in un bus di linea mi ha detto: «Io vivo a Gerusalemme, ma essendo Palestinese non posso frequentare l’università israeliana. Gli anziani dell’Istituto Antoniano, i bimbi del campo profughi di Aida, i bimbi disabili del centro di accoglienza Hogar Ninos e soprattutto i bimbi sordomuti di Effetà sono vivaci e pieni di affetto. Pochi sono stati gli sguardi speranzosi che ho incontrato, tra cui quello della fantastica suor Donatella del Caritas Baby Hospital . E questo è l’importante: che pur essendo pochi, ci siano ancora sguardi di speranza. anni, di Carate Brianza, terzo anno laurea triennale in Scienze linguistiche e letterature straniere, curriculum: lingue e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Mille splendidi sorrisi

Almeno fuori dal mondo che conosciamo e a cui siamo abituati, quello in cui tutto è alla nostra portata. Nessuno di loro ha idea di cosa ci sia fuori da quelle strade e molto spesso nemmeno di come sia il centro della loro stessa città. Tutti loro hanno infatti sempre il sorriso sulla faccia, soprattutto i bambini con cui mi sono trovata a vivere questa bellissima esperienza. Non saprei come descrivere tutti i loro sguardi e i loro sorrisi: ognuno di loro è stato speciale per me, con le domande curiose, forse così banali per noi, che assumevano là un significato completamente differente. E quella che mi sono fatta io del Messico è proprio quella di un girasole: un paese meraviglioso, pieno di colori e di sorrisi, in cui i pericoli e le contraddizioni sono presenti ma sono completamente amplificati dalla lontananza e dalle voci comuni. Il Charity è stata un’esperienza meravigliosa perché, vivendolo, mi ha permesso cambiare la mia visione del volontariato e capire che non si tratta solo di dare agli altri ma soprattutto di ricevere da loro. anni, di Parma, studentessa del secondo anno della laurea magistrale in Politiche per la cooperazione internazionale allo sviluppo, facoltà di Scienze politiche e sociali, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

L'emozione non ha voce

Charity Work Program L'emozione non ha voce Non ci sono parole per descrivere la mia esperienza di volontariato al Consolata Hospital Ikonda, in Tanzania, che è diventato per un mese la mia casa e la famiglia. ottobre 2016 di Antonio Lo Tito * Il Charity Work Program è qualcosa difficile da descrivere con le semplici parole: è nell'insieme di suoni, volti, colori, è nell'aria che respiri, nelle mani che stringi, nel sudore e nelle lacrime che versi, è la gioia nel tuo cuore. L’estate scorsa, per un mese, la mia casa è stata il Consolata Hospital Ikonda, in Tanzania. La mia famiglia padre Sandro, Manuela, padre Zubia, padre Tesha e tutti i volontari, medici e non, che si sono avvicendati in quel periodo. Si toccava con mano la sofferenza delle persone, il tacito grido d'aiuto delle mamme per i propri figli, il sorriso della gente nonostante tutte le difficoltà in cui si ritrovavano. Ci si sentiva utili anche nel fare le più piccole cose, ma, soprattutto, ci si rendeva conto di non essere lì per aiutare, ma per imparare. anni, di Potenza, laureando in Medicina, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Far sorridere un bimbo cambia il mondo

Charity Work Program Far sorridere un bimbo cambia il mondo Prima di partire non sapevamo quanto ci avrebbe cambiato il nostro Charity Work Program tra i bambini del Giardino degli Angeli di Canavieiras in Brasile. ottobre 2016 di Ilenia Caia, Erika Valtulina e Erica Sacchetti * Il primo giorno al “Giardino degli Angeli” è stato come respirare una boccata di aria fresca. Un posto allegro, colorato con tantissimi bambini sorridenti e affettuosi che ci sono corsi incontro abbracciandoci al grido di “Tia! Tia! Tia!” (zia). Durante il pomeriggio collaboravamo con le maestre nei corsi del dopo scuola: un’attività ben strutturata, che non solo aiuta i bambini a rafforzare i concetti imparati a scuola, ma li fa anche sfogare grazie ad attività ricreative come sport di gruppo, musica, judo, inglese e capoeira. Perché l’unica cosa che quei bambini ci chiedevano, al di là di tutto, era il nostro affetto. Quando siamo partite non avevamo idea che questa esperienza ci avrebbe cambiato così tanto, non sapevamo che riuscire a far sorridere un bambino valesse più di qualunque cosa al mondo, non credevamo che avremmo ricevuto così tanto. Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato in queste tre settimane è che dare è ricevere, e non c’è cosa più bella.

 

Qui comincia l’avventura

L’unica cosa che so, è che fin dall’inizio questo viaggio ha messo in discussione molte cose che mi sembravano sicure. Poi mi è tornata in mente una frase di Enzo Bianchi, sentita chissà dove: “Fa’ che incontrandoti qualcuno abbia più fiducia nel mondo, in sé, negli altri: questo basta a giustificare la tua venuta al mondo”. Ora, essendo Leul un appassionato di calcio, non ci aveva sfiorato il sospetto che non possedesse una palla (tanto più che la sua famiglia sembrava stare relativamente bene). L’esperienza di volontariato in Etipoia, benché materialmente abbiamo fatto ben poco, a parte perdere ad ogni gioco concepibile, mi ha insinuato il sospetto che, forse, sono qualcosa di più di quello che pensavo di essere. Per esempio, la Lucia che conosco non sarebbe mai partita per l’Etiopia, né mai avrebbe messo piede su un campo da football: ne consegue che io debba essere qualcosa di diverso da quella Lucia, anche se questo non implica necessariamente che sia brava nelle cose che faccio. Inoltre, da un punto di vista razionale posso dire di essere stata piuttosto inutile, il che però contrasta con alcune osservazioni pratiche: ergo anche il concetto di utilità personale ha bisogno di una revisione. Tuttavia questo viaggio ha rafforzato la mia intuizione iniziale: che la strada può costruirsi attraverso i percorsi più inaspettati, purché si dica di sì – volta per volta – alla realtà che ci sta davanti.

 

Un viaggio mai terminato

Posso solo confermare che, dopo aver vissuto tre settimane tra le corsie dell’Ospedale di Ikonda in Tanzania e aver provato la bellezza di un tramonto mozzafiato, quando torni a casa te la porti con te. Ad aspettarci dall’altra parte c’è Isostenes, un autista del Consolata Hospital Ikonda, ma anche il professor Rolando Sancassani e uno studente di Brescia, Michele, che saranno nostri compagni di avventura per ben tre settimane. Ad Ikonda non c’è tempo per le presentazioni ufficiali o per ambientarsi gradualmente, così il giorno dopo non ancora perfettamente consci di quello che ci aspettava, veniamo catapultati al lavoro in ospedale, e io scelgo di iniziare l’esperienza al reparto di Medicina Interna uomini. Giunto in reparto scopro che per i circa cinquanta pazienti ricoverati c’è solo un medico strutturato, Michael, giovane trentenne che mi accoglie festoso e contento di avere un collaboratore per le successive settimane. Il primo giro in reparto è estenuante, in cinque ore riusciamo a vedere tutti i pazienti, ma riesco a capire ben poco dal momento che la popolazione locale parla rigorosamente solo lo swahili, ma per fortuna il dottor Michael mi fa da interprete traducendo in inglese. Il risultato è stato un ottimo lavoro di collaborazione con il dottor Michael che mi ha reso sempre partecipe e corresponsabile di ogni caso clinico, mi ha permesso di eseguire procedure invasive e non, e perfino di decidere alcuni trattamenti. Il tramonto dell’Africa è un’esperienza che va vissuta personalmente perché non è un semplice gioco cromatico sensazionale e repentino, ma è un coinvolgersi di stati d’animo e sentimenti che corrono insieme agli ultimi raggi di sole verso la notte.

 

Beautiful resistance alla casa del pane

Charity Work Program Beautiful resistance alla casa del pane Anche se la realtà del muro costruito intorno ai territori palestinesi è una realtà che rende impossibile la vita di ogni giorno, piccoli segni di speranza crescono a Betlemme. Lungo il percorso per Betlemme abbiamo passato vari checkpoint finché non abbiamo visto il muro, prima da lontano poi sempre più da vicino, stagliarsi di fronte a noi con i suoi otto metri di altezza. In una situazione così complessa e dalle flebili prospettive di risoluzione, quello che più mi ha colpito è ciò che Zoughbi Zoughbi, il direttore e fondatore del Centro Wiam di Betlemme, definisce beautiful resistance . Nella scuola è garantito l’insegnamento del Corano e ogni giorno gli insegnanti e le suore che gestiscono la struttura lavorano insieme per trasmettere ai ragazzi valori comuni e offrire l’esempio di una convivenza possibile e proficua. È un gesto semplice, forse di nessun significato ma a me sembra che lasci trasparire qualcosa d’altro, di più grande e importante: un piccolo esempio di beautiful resistance , di riuso creativo, di trasformazione possibile, di un bene che non si arrende al male. In un gioco di rimandi mi vengono in mente i versi di un altro poeta, un’italiana, Mariangela Gualtieri, quando, suggerendo l’immagine di un mondo desolato, come uscito da una grande guerra che ha ridotto in briciole case e uomini, conclude: “Si faccia avanti chi sa fare il pane. Alle mie orecchie queste poche e scarne parole suonano come un appello a fare ritorno a ciò che è alla base, a ciò che davvero conta e che, come tale, è comune a tutti gli uomini, come il pane che, sotto ogni cielo, è fonte prima di sostentamento.

 

Qualche centimetro sopra il cuore

Ho appreso una nuova forma di felicità che ha a che fare con i rapporti fra le persone e non con le cose che possediamo. A parte il fatto che guidano a sinistra, cosa cui ci si può facilmente abituare, la scarsa se non inesistente segnaletica è un mero suggerimento che viene categoricamente ignorato. Le motociclette che cercano di evitare animali, bici, pedoni e taxi e infine le macchine che fanno lo stesso delle moto, ma con meno agilità, anche se della cosa non sembrano curarsene affatto quelli che stanno al volante. Ci sono colpi di clacson che significano “attenzione” altri sono avvisi ( stai fermo dove sei ), generalmente ignorati, altri intimano di spostarsi a destra o sinistra, altri sono solo saluti. Ho imparato che Prakash, che vive sulle Himalaya ma non sa bene dove si trova l’Everest, ama la cultura occidentale, gli piacciono i Metallica e How I Met Your Mother , gli è piaciuto The Revenant , ma ha preferito di Caprio in The Wolf of Wall Street . Ajith ha 21 anni, è il figlio dell’autista che è venuto a prenderci all’aeroporto di Hyderabad il giorno del nostro arrivo e che ci ha dato il primo assaggio della guida indiana. Cercando di sovrastare il vento, il motore della moto, il suono dei clacson e della città, gli urlo nell’orecchio che dobbiamo tornare altrimenti arriviamo in ritardo alla lezione dopo e devo pagare una multa di 100 rupie, è una delle regole fissate il primissimo giorno.

 

L’emozione di una nascita

Charity Work Program L’emozione di una nascita Appena arrivato al Benedict Medical Center di Kampala per il mio Charity Work Program, ho avuto la fortuna di assistere subito a un parto cesareo. Quanto ho ricevuto è un grande contributo a coltivare con cura il “mestiere” di medico e di uomo. ottobre 2016 di Pierenzo Pozzi * In tre settimane di permanenza al Benedict Medical Center a Kampala ho incontrato una realtà molto diversa da quella a cui sono abituato, e non solo da un punto di vista medico. È stata una grande emozione per me, che non ero mai stato in sala operatoria, entrare in quella del Bmc ed assistere a un parto cesareo proprio nella sera stessa del mio arrivo. Naturalmente le tre settimane sono volate e quando è stato il momento di partire, tra la preparazione delle valigie e le corse in giro per cercare di salutare tutti, non ho avuto modo di pensare davvero a quello che mi stavo lasciando alle spalle. Quello che mi ha dato non è quantificabile ma so di aver compiuto un grande passo verso il mio futuro come medico e, soprattutto, come uomo. anni, di Sesto Calende (Va), studente del quarto anno del corso di Medicine and surgery, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Un megafono del Senegal emergente

Charity Work Program Un megafono del Senegal emergente Nei miei due mesi di volontariato a Dakar ho incontrato il mondo della cooperazione allo sviluppo ma soprattutto i valori di un Paese che vuole crescere. Sono i valori che mi hanno accompagnato finora tanto nelle relazioni interpersonali quanto nel mio modo di fare in tutte le occasioni che mi sono trovato ad affrontare. Voglia di imparare e di mettersi in gioco, di conoscere nuovi luoghi, nuove persone, nuovi modi di fare, nuove tipologie di organizzazioni lavorative mi hanno spinto a partire per il Senegal per scoprire il mondo della cooperazione allo sviluppo. Tutte queste attività hanno reso le mie giornate molto dense di impegni e di difficoltà ma al contempo mi hanno dato modo di mettermi alla prova al di fuori del mio ristretto ambito di studi economici universitari. Finora infatti, nella mia vita, ho cercato di mettermi alla prova in contesti molto diversi tra loro al fine di evitare di acquisire un punto di vista unilaterale ma nell'ottica di avere una visione sistemica di ogni problema. Non è stato assolutamente semplice salutare quella terra a volte ostica ma che mi ha accettato come un figlio e mi ha fatto sentire a casa accogliendomi con tutta la sua vibrante energia, la sua vitalità, la sua voglia di riscattarsi e il suo incessante ritmo di tamburi. anni, di Ostra (An), studente del terzo anno del corso di laurea in Economia e gestione aziendale, facoltà di Economia, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Un inverno a testa in giù

Charity Work Program Un inverno a testa in giù Siamo tornate dal nostro Charity Work Program in Perù con una prospettiva ribaltata: nel concetto di ayne, il mutuo aiuto che regola la vita delle comunità andine, abbiamo toccato con mano il linguaggio universale dell’economia solidale studiata a lezione. Mentre noi siamo nel pieno di una giornata andina e cerchiamo di scaldarci dal freddo dell’inverno con gli ultimi raggi di sole, a casa i condizionatori sono accessi ed è quasi ora di andare a dormire. Per uscire di casa al mattino ci vestiamo pesante, con cappello, sciarpa e guanti; piano piano la giornata prende il ritmo e ci dividiamo tra attività, laboratori e incontri, ma ogni momento libero è prezioso per goderci il sole, l’unica vera fonte di calore, che ci permette di rigenerarci. Il tema che affronta è quello dell’economia solidale, con l’obiettivo di rafforzare l’organizzazione dei produttori locali (settore tessile, agricolo e artigianale), promuovere modelli alternativi di sviluppo e tutelare il ruolo della donna come parte attiva nei processi di produzione e nell’ambito istituzionale. Quello che abbiamo anche scoperto durante il nostro viaggio, è che le distanze culturali si accorciano grazie all’universalità dei valori in cui crediamo, che creano un linguaggio comune, pur parlando lingue diverse. Ci meraviglia e ci sorprende ritrovare nelle parole di un poeta e cantautore italiano del nostro tempo una filosofia che la tradizione storico-culturale andina ha sintetizzato nel concetto di ayne, il mutuo aiuto, la base del vivere comunitario di quest’area del mondo. Silvia, 24 anni, di San Rocco al Porto (Lo) e Martina, 24 anni di Bollate (Mi), studentesse del secondo anno del corso di laurea magistrale in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, facoltà Scienze politiche e sociali, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Curare non è solo guarire

Charity Work Program Curare non è solo guarire È la grande lezione che ho imparato al Benedict Medical Centre in Uganda, dove la medicina non tratta il malato come paziente ma come persona. ottobre 2016 di Cecilia di Ruscio * L’autista sta per arrivare, le valigie sono chiuse, appoggiate in un angolo, la camera è ormai vuota, eppure non sono ancora pronta, ho quella strana sensazione di stare dimenticando qualcosa. La verità è che qui ci sto lasciando tanto, e non parlo di passaporto o spazzolino, parlo di quella parte di me che questo posto si è preso. Ho imparato che curare non significa esclusivamente guarire, ma prendersi cura di chi si ha di fronte, preoccuparsi non solo per la sua salute, ma anche per le sue sofferenze, significa gioire dei suoi miglioramenti ed essere presenti nei momenti di sconforto. I medici del Benedict, e con loro tutto il personale, si fanno carico di queste problematiche, cercando sempre la soluzione migliore per ciascun paziente e lo fanno con un affetto che raramente avevo visto prima. In ultimo ho capito che ci si può sentire a casa, anche a 10mila km di distanza, quando tutti ti chiamano muzungu perché in effetti sei l’unico bianco nel raggio di chilometri e il caffè è peggiore di quello del Policlinico, e per questo non posso far altro che ringraziare. anni, sesto anno della laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

A Ikonda medici in prima linea

Charity Work Program A Ikonda medici in prima linea L’ospedale della missione è uno dei più avanzati di tutta la Tanzania offrendo un servizio di livello altissimo a costi accessibili. La possibilità di assistere a un gran numero di interventi, anche spesso complessi, in un ambiente comunque più rilassato del nostro, mi ha permesso di apprendere numerosissime nuove nozioni e procedure dal semplice lavaggio chirurgico alle varie tecniche di sutura. Ogni giorno è stato ricco di nuove esperienze e nuovi casi: dai semplici gessi e interventi di riduzione delle fratture, alla plastica a zeta e skin-graft per le ustioni, fino alle craniotomie per i traumi cranici. Spesso molti pazienti arrivavano a operarsi a distanza di mesi dal trauma, non tanto per l’impossibilità di permettersi l’intervento, bensì per la pratica di fare riferimento allo sciamano del villaggio. Nonostante la popolazione non disponga nemmeno dei beni di prima necessità (la corrente elettrica è giunta solo nel dicembre del 2014 e l’acqua corrente è un lusso di pochi) ognuno è sempre gioioso, riconoscente e pieno di vita. La vicinanza a chi soffre è stata, per me, un momento di grande crescita, facendomi apprezzare ancor di più il percorso di studi che ho scelto. Ho anche appreso molto dal modo di vivere più semplice, ma anche più intenso, scandito dal godersi ogni piccolo momento e ogni piccola cosa di cui si dispone.

 

Quattro motivi per essere grata

Charity Work Program Quattro motivi per essere grata Dopo anni passati a scovare sui libri il modello della perfetta cooperazione, l’ho toccata con mano grazie all’impegno di chi ha messo la propria vita a servizio del suo Paese. E ho imparato che dalla povertà può nascere anche la voglia di riscatto. Presto vi renderete conto che sarà molto di più quello che riceverete di quello che offrirete». Ora so che la ricchezza che mi aspettava a Warangal era troppo grande per essere rinchiusa in confini troppo stretti e che l’unica parola in grado di riassumere quelle tre settimane non può che essere gratitudine . Sono grata perché, dopo anni passati a scovare sui libri il modello della perfetta cooperazione, ho potuto toccarla con mano grazie all’impegno di chi ha deciso di mettere la propria vita a servizio del suo Paese. Sono grata perché in tre settimane ho imparato che dalla povertà e dalla miseria non nascono solo rassegnazione e disperazione, ma anche la voglia di riscatto, la speranza e la capacità di reagire. anni, di Brescia, terzo anno di dottorato alla Scuola di dottorato “Istituzioni e politiche”, facoltà di Scienze politiche e sociali, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

L’Africa di Ives, Elisa e Jane

Charity Work Program L’Africa di Ives, Elisa e Jane Sono solo alcuni dei tanti volti che mi si affacciano alla mente appena penso alla mia esperienza di volontariato all’Ospedale di Ikonda in Tanzania. ottobre 2016 di Cristina Lapenta * Come si fa a rispondere a chi mi domanda come sia stata la mia esperienza in Tanzania? È difficile raccontare le emozioni provate in un mese in quella parte di Africa distillata lungo i suoi 2000 metri di altitudine. Provo a pensare alle cose più belle, poi a quelle che più mi hanno stretto il cuore, a ciò che è apparso così strano se confrontato con i nostri usi e costumi. Penso ad Ives, ricoverata nel reparto di Pediatria dell’Ospedale di Ikonda in Tanzania, a causa di un'ustione, che io e il mio compagno di viaggio Antonio abbiamo conosciuto appena arrivati, mentre dormiva sotto l'effetto dell'anestesia. Penso al suo futuro, ai suoi farmaci, ai suoi soffietti al cuore, ai suoi vestiti da Miss Tanzania, come diceva ironicamente il dottor Mlelwa, il pediatra di reparto che ho seguito per circa due settimane. Penso a Jane, che pian piano si è rimessa, e poi a Maria, due ragazze del reparto di medicina interna donne, che abbiamo seguito insieme al dottor Marco, cardiologo e persona fantastica. Non nego che i momenti di sconforto ci sono stati, come anche la paura, il pensiero di non farcela, la consapevolezza di avere a che fare con qualcosa di troppo grande.

 

In Africa il tempo è dentro di te

Charity Work Program In Africa il tempo è dentro di te Ci sono due modi per vivere un’opportunità così: portare il proprio mondo in un Paese o lasciare che quel Paese diventi il tuo mondo. Non si tratta di quel brivido che ti scuote quando stai per iniziare una nuova esperienza, ma di una ferma e stranamente limpida convinzione di essere nel posto giusto. Certe volte ammetto di aver pensato che questo detto fosse solo una scusa, funzionale a giustificare i ritardi dovuti alle lunghe attese nel traffico di Dakar; nonostante ciò, mi ha fatta anche riflettere su come in Italia il tempo sia “fuori da noi”. Di quella frase avrei riso ripensandoci, come sorrido ora che ho capito che quelle macerie a terra che associavo a una comunità che cade a pezzi, sono invece i mattoni di una città in costruzione . Ma questo è un mio pensiero e con voi non l'ho condiviso, perché avete una vostra visione dello sviluppo, ragionate su una crescita fatta di condivisione e di “ essere una famiglia ”, proprio come mi rispondevate ogni volta che vi ringraziavo quasi a dire “ siamo insieme a fare qualunque cosa ”. Il primo giorno di Boscovacances rimarrà impresso nei miei ricordi, in queste righe scritte a caldo: “ Oggi sono diventata “tatà”, significa che sono responsabile di tutti i bambini iscritti a Bosco Vacances, l'oratorio organizzato da Ker Don Bosco a Dakar. Mor ci racconta di come progressivamente le provviste siano venute meno, di quei sette giorni che sono diventati molti di più, dei compagni che iniziavano a morire e delle preghiere per accompagnare i corpi in mare.

 

In Amazzonia, cittadino del mondo

Charity Work Program In Amazzonia, cittadino del mondo In Perù ho lavorato con i ragazzi di Nopoki, giovani di tribù locali che, grazie a borse di studio, aiutano lo sviluppo di un Paese ricco di risorse naturali, migliorando il modo di fare impresa o le tecniche agricole. Presentando la candidatura al Charity Work Program ho potuto sfruttare una delle più grandi fortune che è stata regalata alla nostra generazione. Assaggiamo sempre tutto ciò che coltiviamo, ci rendiamo conto di come ci si approccia alla terra, e comprendiamo con quanta dedizione deve essere affrontato questo tipo di lavoro. Sanno che il Perù è un paese eccezionale, ricco di potenzialità ancora da sfruttare e vogliono aiutare il cambiamento portando conoscenza ed educazione laddove questo manca, migliorando il modo di “fare impresa” o affinando le tecniche agricole. Questo è solo uno dei tanti episodi che mi hanno fatto comprendere quanta fortuna abbia avuto nel partecipare a questo progetto che mi ha fatto comprendere tante cose dal punto di vista “tecnico” ma soprattutto umano. Il Perù e Atalaya resteranno sempre dentro di me, saranno sinonimo di un’esperienza diversa, di una nuova visione e di una grande consapevolezza su quanto sia fortunato. anni, di Messina, studente del secondo anno della laurea magistrale in Food marketing e Strategie Commerciali, Interfacoltà di Economia e Giurisprudenza e di Scienze Agrarie alimentari e ambientali, campus di Piacenza #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

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