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Il Charity guarda a Oriente

CHARITY WORK PROGRAM Il Charity guarda a Oriente Per la prima volta il programma di volontariato internazionale estivo per gli studenti dell’Ateneo avvia un progetto nelle Filippine. Per la prima volta gli studenti dell’Ateneo, che sceglieranno di arricchire il loro curriculum con un’esperienza estiva di volontariato internazionale, potranno recarsi nelle Filippine . Entrambi saranno realizzati nella baraccopoli di Dandora a Nairobi (tra le nuove destinazioni), con l’affiancamento dello staff di Twins International, una Onlus di Milano attiva nel Paese africano dal 2006, dove sviluppa i progetti di Alice for Children a favore dell’infanzia più vulnerabile. Dando un rapido sguardo ai numeri, per la sua nona edizione il Charity porta a 54 le borse di studio della durata di 3–8 settimane , con un incremento del 350% rispetto al 2009, anno in cui è stato avviato il programma di volontariato dell’Ateneo. Lo confermano i 46 studenti delle diverse facoltà che nel 2016 hanno vissuto un’estate all’insegna della solidarietà, come hanno avuto modo di raccontare nella rubrica “Diari di viaggio” . Tra questi c’è anche la testimonianza-video di Beatrice Distort , laureanda della facoltà di Giurisprudenza, mandata in onda lo scorso novembre durante la trasmissione televisiva di TV2000 Giovani e futuro: lo speciale “Millennials” condotto da Arianna Ciampoli (qui sopra il video) . Beatrice, grazie al Charity Work Program, ha avuto la grande opportunità di lavorare con i volontari di Vis e Missioni Don Bosco, che hanno dato vita alla campagna “Stop Tratta” per aiutare i potenziali migranti con progetti di sviluppo.

 

Cesi, un'estate di solidarietà

VOLONTARIATO Cesi, un'estate di solidarietà Sedici studenti della Cattolica, grazie al "Charity Work Program" del Centro d'ateneo per lo sviluppo internazionale, hanno scelto di farsi volontari in vari paesi del Sud del mondo. I Paesi in via di sviluppo ed emergenti interessati dal progetto sono stati la Repubblica Democratica del Congo, il Sudafrica, l’Uganda, l’Honduras e l’India.

 

Beautiful resistance alla casa del pane

Charity Work Program Beautiful resistance alla casa del pane Anche se la realtà del muro costruito intorno ai territori palestinesi è una realtà che rende impossibile la vita di ogni giorno, piccoli segni di speranza crescono a Betlemme. Lungo il percorso per Betlemme abbiamo passato vari checkpoint finché non abbiamo visto il muro, prima da lontano poi sempre più da vicino, stagliarsi di fronte a noi con i suoi otto metri di altezza. In una situazione così complessa e dalle flebili prospettive di risoluzione, quello che più mi ha colpito è ciò che Zoughbi Zoughbi, il direttore e fondatore del Centro Wiam di Betlemme, definisce beautiful resistance . Nella scuola è garantito l’insegnamento del Corano e ogni giorno gli insegnanti e le suore che gestiscono la struttura lavorano insieme per trasmettere ai ragazzi valori comuni e offrire l’esempio di una convivenza possibile e proficua. È un gesto semplice, forse di nessun significato ma a me sembra che lasci trasparire qualcosa d’altro, di più grande e importante: un piccolo esempio di beautiful resistance , di riuso creativo, di trasformazione possibile, di un bene che non si arrende al male. In un gioco di rimandi mi vengono in mente i versi di un altro poeta, un’italiana, Mariangela Gualtieri, quando, suggerendo l’immagine di un mondo desolato, come uscito da una grande guerra che ha ridotto in briciole case e uomini, conclude: “Si faccia avanti chi sa fare il pane. Alle mie orecchie queste poche e scarne parole suonano come un appello a fare ritorno a ciò che è alla base, a ciò che davvero conta e che, come tale, è comune a tutti gli uomini, come il pane che, sotto ogni cielo, è fonte prima di sostentamento.

 

Ho trovato altrove la parte migliore di me

Abbiamo trascorso i primi giorni placidamente nella dimora di Addis Ababa, che rappresenta in realtà una specie di oasi felice in una realtà abbastanza traumatica. Insomma l’ironia del destino ha fatto si che l’ultimo giorno dell’anno rappresentasse l’inzio di una meravigliosa avventura in grado di farmi cambiare prospettiva sul mondo. Eravamo partite convinte di poter “dare”, offrire qualcosa alle persone, siamo tornate, invece, loro debitrici non di beni materiali, ma di emozioni mai provate prima, arricchite dalla conoscenza di gente stupenda e dalla consapevolezza del valore delle più semplici cose, spesso dato per scontato. Il trasferimento dalla capitale a Debre Birhan è stato ancora più simile a un viaggio della speranza rispetto all’ottenimento del visto: 130 km di strada pseudo asfaltata e di mandrie di animali che si paravano sulla via e bloccavano placidamente lo scorrimento stradale, reso difficoltoso dalla stagione delle piogge. Una delle prime lezioni sullo stile di vita etiope è stata quella relativa al loro sistema educativo: dopo i tre anni d’asilo, i bimbetti iniziano il loro percorso scolastico che li porta dalla prima all’ottava (la nostra terza media). Abbiamo trascorso tre settimane insieme a loro, apprezzando i loro numerosi pregi, tra cui una maturità non comune in un campione estratto a caso di teenager italiani, un senso di responsabilità e un amore fraterno che, essendo figlia unica, non avevo mai vissuto così da vicino. Leul, stoico e austero, è caratterizzato da un’aurea di cabarbietà, competitività e voglia di arrivare propria di chi ha assunto la consapevolezza che è necessario eccellere.

 

Mille splendidi sorrisi

Almeno fuori dal mondo che conosciamo e a cui siamo abituati, quello in cui tutto è alla nostra portata. Nessuno di loro ha idea di cosa ci sia fuori da quelle strade e molto spesso nemmeno di come sia il centro della loro stessa città. Tutti loro hanno infatti sempre il sorriso sulla faccia, soprattutto i bambini con cui mi sono trovata a vivere questa bellissima esperienza. Non saprei come descrivere tutti i loro sguardi e i loro sorrisi: ognuno di loro è stato speciale per me, con le domande curiose, forse così banali per noi, che assumevano là un significato completamente differente. E quella che mi sono fatta io del Messico è proprio quella di un girasole: un paese meraviglioso, pieno di colori e di sorrisi, in cui i pericoli e le contraddizioni sono presenti ma sono completamente amplificati dalla lontananza e dalle voci comuni. Il Charity è stata un’esperienza meravigliosa perché, vivendolo, mi ha permesso cambiare la mia visione del volontariato e capire che non si tratta solo di dare agli altri ma soprattutto di ricevere da loro. anni, di Parma, studentessa del secondo anno della laurea magistrale in Politiche per la cooperazione internazionale allo sviluppo, facoltà di Scienze politiche e sociali, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

In Africa il tempo è dentro di te

Charity Work Program In Africa il tempo è dentro di te Ci sono due modi per vivere un’opportunità così: portare il proprio mondo in un Paese o lasciare che quel Paese diventi il tuo mondo. Non si tratta di quel brivido che ti scuote quando stai per iniziare una nuova esperienza, ma di una ferma e stranamente limpida convinzione di essere nel posto giusto. Certe volte ammetto di aver pensato che questo detto fosse solo una scusa, funzionale a giustificare i ritardi dovuti alle lunghe attese nel traffico di Dakar; nonostante ciò, mi ha fatta anche riflettere su come in Italia il tempo sia “fuori da noi”. Di quella frase avrei riso ripensandoci, come sorrido ora che ho capito che quelle macerie a terra che associavo a una comunità che cade a pezzi, sono invece i mattoni di una città in costruzione . Ma questo è un mio pensiero e con voi non l'ho condiviso, perché avete una vostra visione dello sviluppo, ragionate su una crescita fatta di condivisione e di “ essere una famiglia ”, proprio come mi rispondevate ogni volta che vi ringraziavo quasi a dire “ siamo insieme a fare qualunque cosa ”. Il primo giorno di Boscovacances rimarrà impresso nei miei ricordi, in queste righe scritte a caldo: “ Oggi sono diventata “tatà”, significa che sono responsabile di tutti i bambini iscritti a Bosco Vacances, l'oratorio organizzato da Ker Don Bosco a Dakar. Mor ci racconta di come progressivamente le provviste siano venute meno, di quei sette giorni che sono diventati molti di più, dei compagni che iniziavano a morire e delle preghiere per accompagnare i corpi in mare.

 

Lezione di vita dalla foresta

Charity Work Program Lezione di vita dalla foresta In un mese nella foresta amazzonica del Perù, insieme alle molte conoscenze nel settore delle Scienze agrarie, ho imparato una cosa essenziale: che a volte ci soffermiamo troppo su cose secondarie e perdiamo di vista ciò che conta davvero. La prima tappa è stata Lima, una città grande e caotica (13 milioni di abitanti) dove nemmeno prendere un autobus è una cosa banale. Subito dopo siamo stati a Pucallpa, una città al limitare della foresta amazzonica. Il giorno dopo abbiamo preso un piccolo aereo che conteneva al massimo 10-15 persone e siamo volati ad Atalaya, la città dove ha sede l’università. Andare a fare un mese di volontariato in Perù è un’esperienza bellissima che consiglierei a tutti. Stare là un mese mi ha fatto capire che forse a volte ci soffermiamo troppo su cose secondarie e perdiamo di vista ciò che realmente è importante. anni, di Villafranca di Verona, secondo anno di Scienze agrarie, facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali, campus di Piacenza #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Metti in circolo il tuo amore

Charity Work Program Metti in circolo il tuo amore Dal Brasile sono tornata con la certezza di voler continuare a partire all’esplorazione del mondo, senza perdere di vista la realtà, qualunque sia il modo per farlo: il sedile di un aereo o la sedia di uno studio terapeutico. novembre 2015 di Marta Grossi* Il Brasile ti colpisce subito, appena atterri, appena apri gli occhi e scopri l’intensità del blu del suo cielo, del verde della sua terra; non appena cerchi di rincorrere il tuo stesso sguardo che corre nell’immensità dei suoi spazi dominati dalla natura selvatica. Il Brasile ti rimane dentro, tra le pieghe dei sensi e dell’anima; il profumo intenso del cacao della Fazenda Valeria, il sapore del mango e del maracuja nel fondo della gola, il rumore della bicicletta sui ciottoli delle strade di Canavieiras. Insieme a loro, io e le mie compagne di viaggio abbiamo vissuto per un po’ le nostre vite, entrando nei loro giochi, nelle loro classi, nella loro quotidianità, mettendoci in ginocchio al loro fianco, facendoci guidare dal loro tenerci per mano per orientarci in quel mondo straniero e complesso. In Brasile tante cose non funzionano bene, e non c’è modo di non accorgersene; ma parallelamente, non è possibile non vedere la bellezza di una terra calda e sorridente, capace di far sentire lo straniero a casa. Il mio viso pallido sulle infinite spiagge di Bahia ha cercato di prendere il colore della terra tanto quanto l’intera mia persona ha provato a colorarsi delle vite che ho incontrato, con cui mi sono mescolata condividendo tempi, e spazi, e emozioni. anni, di Merate (Lc), secondo anno della laurea magistrale in Psicologia Clinica, facoltà di Psicologia Clinica, campus di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015.

 

Le ferite della Terra Santa

Charity Work Program Le ferite della Terra Santa Il Charity Work Program a Betlemme e in altri luoghi della Palestina, oltre a farmi vivere un’esperienza di volontariato, mi ha permesso di ascoltare nuovi punti di vista sul conflitto arabo-israeliano. Un dramma che colpisce soprattutto i più deboli. ottobre 2016 di Marika Lerna * La Palestina, terra affascinante, a tratti arida e montuosa, a tratti fertile e verde, ci ha accolti subito con un’intensità che ci ha stupiti e ci ha rincuorati. I ventuno giorni sono trascorsi rapidissimi in Palestina, ricchi di volti nuovi, di parole in arabo imparate in fretta, di voci, di paesaggi desertici e città caotiche, ma soprattutto ricchi di nuovi punti di vista, di testimonianze e racconti sulla tematica del conflitto arabo-israeliano. La nostra attività di volontariato prevedeva servizio in varie strutture dislocate a Betlemme, come Effetà, l’Hogar Niño Dios, l’Elderly House, la Società Antoniana, l’Asilo delle suore Francescane nel Campo profughi di Aida. Ognuno di questi luoghi ci ha permesso di entrare in contatto con bambini e anziani e soprattutto con le loro differenti storie. anni, di San Vito dei Normanni (Br), laureata triennale in Lettere Moderne, profilo artistico-teatrale, facoltà di Lettere e filosofia, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Le lingue si studiano “In campus”

Milano Le lingue si studiano “In campus” Un’ottima opportunità della vita nei collegi dell’Ateneo è la possibilità si seguire Language Project, offerte con borse di studio. I collegi “in Campus”, in particolare, condividono uno specifico progetto educativo con l’Ateneo, offrendo la possibilità agli allievi di vivere pienamente la stagione degli studi universitari nell’ambito di un’esperienza umana, personale, comunitaria e quanto mai affettiva e promuovendo inoltre una serie d’iniziative estremamente interessanti e coinvolgenti. Grazie anche alla combinazione tra formazione teorica ed esperienza pratica, di notevole impatto nel percorso di maturazione personale del singolo individuo, i collegiali hanno così la possibilità di arricchire significativamente il loro curriculum. Di conseguenza gli studenti in questione hanno modo di costruire la propria formazione soprattutto attraverso percorsi di approfondimento, corsi di lingua e programmi di viaggio all’estero. Nell’ambito relativo ai corsi di lingua, invece, assume sempre maggiore rilevanza il “Language Project: the essential career tool”, attraverso il quale vengono offerti, con borsa di studio, corsi di lingua inglese, tedesca e cinese ai collegiali. Attivo dal 2010, finanziato dall’Istituto Toniolo e gestito da UCSC International, il progetto ha come obiettivo quello di inserire la competenza linguistica tra le conoscenze acquisite durante gli anni in Collegio, grazie anche alla presenza di docenti madrelingua e all’utilizzo di tecniche di apprendimento e di laboratori linguistici multimediali d’avanguardia. Tutto ciò è estremamente utile soprattutto per coloro che prevedono di completare la propria formazione all’estero e che quindi dovranno presentare particolari certificazioni linguistiche.

 

Nelle braccia di Mamma Africa

Charity Work Program Nelle braccia di Mamma Africa Fin da subito è lei che mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e mi ha regalato con i suoi colori e i suoi sorrisi un profondo cambiamento. novembre 2015 di Sara Conzo * Quando ho scoperto che avevo superato la selezione per partire per la Tanzania , l’ansia e la paura lasciavano presagire che sarebbe stata un’esperienza importante. Quel buio così forte mi ha subito fatto capire che avrei dovuto imparare a guardare con occhi nuovi, che avrei dovuto posare la mia corazza di ritmi frenetici, oggetti superflui, convinzioni stereotipate e pregiudiziali. Ed è proprio in quel momento, quando ho deciso di abbandonarmi nelle braccia di Mamma Africa, che lei mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e quello che mi ha regalato è stato un lento, impercettibile, ma profondissimo e meraviglioso cambiamento. Nelle tre settimane trascorse a Nyabula ogni giorno di più ho imparato a godere della semplicità, ho imparato che la diversità esiste, ma è solo una forza inarrestabile di arricchimento dell’anima, ho imparato ad ascoltare la natura e a sintonizzare i miei ritmi con l’andamento lento delle giornate. anni, di Carosino (Ta), secondo anno laurea magistrale in Scienze linguistiche e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

L’aspirante dottoressa più felice dell’Africa

CHARITY WORK PROGRAM L’aspirante dottoressa più felice dell’Africa Ho assistito ai primi vagiti di un bambino, ho visto casi che in Italia non avrei visitato così presto, ho imparato ad ascoltare la “sinfonia” del cuore che batte quando si poggia il fonendoscopio sul torace. Davanti ai miei occhi si estende un paesaggio completamente nuovo fatto di piccoli edifici in legno o in mattoni con il tetto in lamiera ma soprattutto gente che cammina a piedi a bordo strada vestita con i kanga o katinga dai colori vivacissimi. Dopo svariate ore di viaggio in macchina, il paesaggio si riempie di pini e raggiungiamo Iringa e poi Njombe dove la strada asfaltata lascia il posto a una strada in terra rossa che al nostro passaggio si trasforma in una nuvola di polvere densa. È la prima volta che assisto a un cesareo ed è la prima volta che entro in una sala operatoria: il dottor Giovanni e il dottor Adam si preparano e io rimango con loro. Continua a leggere Per avere un quadro ancora più completo della sanità africana, ho voluto per una settimana seguire il dottor Marco, il cardiologo, una persona fantastica, sapiente in ogni campo che assiste i clinical officer del pronto soccorso con i pazienti cardiologici. Durante la mia settimana di conoscenza del mondo della cardiologia, ho potuto vedere le varie lesioni cardiache e, a malincuore, ho potuto constatare che sono molto frequenti le lesioni della valvola mitrale causate da deposizione di immunocomplessi a seguito di faringotonsillite in ragazzi di età inferiore a 14 anni. Questi ragazzi non hanno la possibilità di subire l’operazione per il posizionamento di un pacemaker perché in Tanzania questo tipo di intervento chirurgico non si effettua tranne che in pochi casi nella capitale e devono recarsi in India, una spesa non sostenibile per le famiglie.

 

Un viaggio mai terminato

Posso solo confermare che, dopo aver vissuto tre settimane tra le corsie dell’Ospedale di Ikonda in Tanzania e aver provato la bellezza di un tramonto mozzafiato, quando torni a casa te la porti con te. Ad aspettarci dall’altra parte c’è Isostenes, un autista del Consolata Hospital Ikonda, ma anche il professor Rolando Sancassani e uno studente di Brescia, Michele, che saranno nostri compagni di avventura per ben tre settimane. Ad Ikonda non c’è tempo per le presentazioni ufficiali o per ambientarsi gradualmente, così il giorno dopo non ancora perfettamente consci di quello che ci aspettava, veniamo catapultati al lavoro in ospedale, e io scelgo di iniziare l’esperienza al reparto di Medicina Interna uomini. Giunto in reparto scopro che per i circa cinquanta pazienti ricoverati c’è solo un medico strutturato, Michael, giovane trentenne che mi accoglie festoso e contento di avere un collaboratore per le successive settimane. Il primo giro in reparto è estenuante, in cinque ore riusciamo a vedere tutti i pazienti, ma riesco a capire ben poco dal momento che la popolazione locale parla rigorosamente solo lo swahili, ma per fortuna il dottor Michael mi fa da interprete traducendo in inglese. Il risultato è stato un ottimo lavoro di collaborazione con il dottor Michael che mi ha reso sempre partecipe e corresponsabile di ogni caso clinico, mi ha permesso di eseguire procedure invasive e non, e perfino di decidere alcuni trattamenti. Il tramonto dell’Africa è un’esperienza che va vissuta personalmente perché non è un semplice gioco cromatico sensazionale e repentino, ma è un coinvolgersi di stati d’animo e sentimenti che corrono insieme agli ultimi raggi di sole verso la notte.

 

La bambina dagli occhi neri

Charity Work Program La bambina dagli occhi neri Della mia esperienza di volontariato con il Cesi alla scuola “El Girasol” di Querétaro in Messico porto la felicità di tutti, anche se poveri. ottobre 2016 di Giordana Petrone * La scuola “El Girasol” di Querétaro, in Messico, è un edificio di color rosso mattone in mezzo alle strade piene di polvere, a un’ora di bus dal centro. È un popolo con un cuore immenso: non hanno niente eppure l’ultimo giorno di scuola mi hanno riempito di fiori e regali e io mi sentivo totalmente impotente poiché sapevo gli sforzi che avevano fatto anche nel regalarmi un solo fiore. È la piccola che non entrava a scuola se non andavo io a prenderla all’entrata; è la bimba che la prima settimana non voleva togliersi lo zaino e pian piano fidandosi di me se l’è sfilato di dosso. Keyla è la bambina che a casa ti descrive come un angelo tanto che la madre ti chiama “bello Angel”; è quella che chiede alla mamma la doppia razione di merenda perché metà è per la Maestra Giordi. Grazie alla Maestra Pili e a tutti i miei bimbi: Majo, Frida, Emily, Alexa, Mateo, Jonathan, Julieta, Kevin, Morgan, Alejandra, Monica, Jatziri, Lily e, infine, a Keyla, che con i suoi occhi neri ha modificato il mio essere ed è sempre nel mio cuore, con tutti loro. Per tre settimane sono stata una delle loro maestre ma sono stati loro a insegnarmi a riscoprire la bellezza delle piccole cose: sempre sorridenti e pronti a dimostrarti tutto il loro affetto regalandoti un abbraccio, una letterina, un adesivo o persino offrendoti la loro merenda.

 

In Amazzonia, cittadino del mondo

Charity Work Program In Amazzonia, cittadino del mondo In Perù ho lavorato con i ragazzi di Nopoki, giovani di tribù locali che, grazie a borse di studio, aiutano lo sviluppo di un Paese ricco di risorse naturali, migliorando il modo di fare impresa o le tecniche agricole. Presentando la candidatura al Charity Work Program ho potuto sfruttare una delle più grandi fortune che è stata regalata alla nostra generazione. Assaggiamo sempre tutto ciò che coltiviamo, ci rendiamo conto di come ci si approccia alla terra, e comprendiamo con quanta dedizione deve essere affrontato questo tipo di lavoro. Sanno che il Perù è un paese eccezionale, ricco di potenzialità ancora da sfruttare e vogliono aiutare il cambiamento portando conoscenza ed educazione laddove questo manca, migliorando il modo di “fare impresa” o affinando le tecniche agricole. Questo è solo uno dei tanti episodi che mi hanno fatto comprendere quanta fortuna abbia avuto nel partecipare a questo progetto che mi ha fatto comprendere tante cose dal punto di vista “tecnico” ma soprattutto umano. Il Perù e Atalaya resteranno sempre dentro di me, saranno sinonimo di un’esperienza diversa, di una nuova visione e di una grande consapevolezza su quanto sia fortunato. anni, di Messina, studente del secondo anno della laurea magistrale in Food marketing e Strategie Commerciali, Interfacoltà di Economia e Giurisprudenza e di Scienze Agrarie alimentari e ambientali, campus di Piacenza #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

L’abbraccio caldo dell’Africa

CHARITY WORK PROGRAM L’abbraccio caldo dell’Africa Tutti i dubbi che mi sono venuti appena prima di partire per l’Etiopia si sono sciolti nell’accoglienza che ci hanno riservato i bambini della missione a Debre Birhan e nell’ospitalità delle loro famiglie nella condivisione di una pietanza e nel rito del caffè. È in quel momento che capisci di dover rivalutare l’idea che ti eri fatta dell’Africa e dei suoi abitanti. È lì che capisci di essere partita per conoscere chi sembra diverso da noi, ma che in realtà ci somiglia molto più di quanto si possa pensare. La mia attenzione è ricaduta subito sul fatto che bambini dai tre ai cinque anni venissero lasciati in giardino, sia che ci fosse il sole, sia che piovesse a dirotto, senza che ci fosse qualcuno a controllarli. Ci hanno offerto delle pietanze tipiche e il caffè, preparato secondo la tradizionale cerimonia che prevede che ogni passaggio, dalla tostatura alla macinatura sia svolto lì, sotto gli occhi dell’ospite. E sono proprio le piccole cose che conserverò di questa esperienza, unite al loro valore e alla consapevolezza che dovremmo fermarci a riflettere e (re)imparare da questi popoli. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Chi non ha niente, dona tutto

Torno ricoperta di regali e della lezione più bella dei bambini che ho incontrato: imparare a vedere ovunque felicità. L’unica sveglia che mi fa alzare con la voglia di vivere un’altra giornata intensa, piena di emozioni: si tratta delle voci arzille e allegre dei bambini dell’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa, in Madagascar, dove, grazie al Charity Work Program, ho trascorso uno dei mesi più belli della mia vita. C’è chi non ha che poche settimane e chi ha ormai vent’anni, e che oggi può studiare e lavorare grazie al preziosissimo lavoro che ogni giorno le suore malgasce svolgono per i loro ragazzi, mettendosi completamente al loro servizio. Non mi sembra un sorriso mio: mi sembra un regalo, un dono prezioso che ricevo ogni giorno dagli sguardi di questi bambini, che mi stringono sempre più forte e, correndomi incontro, si uniscono agli altri per accompagnarmi a fare colazione. Succede la stessa cosa quando, ogni giorno, alle 11.30 e alle 17.30 vado a dare da mangiare ai neonati, che dormono o piangono fra le braccia di donne malgasce che danno una mano alle suore e che stanno sedute su delle stuoie di una stanza calda e accogliente. Ma i momenti più emozionanti li ho vissuti la sera, quando i pré-maternelles si accingono a infilarsi sotto le coperte dei loro piccolissimi lettini e corrono gridando come matti per scappare da me, che li inseguo fingendo di essere un leone che li vuole mangiare. Invece sono tornata in Italia piena di regali, di oggettini che mi hanno donato, di canzoni, di filastrocche, di sorrisi ed emozioni.

 

Al Benedict con i medici di frontiera

CHARITY WORK PROGRAM Al Benedict con i medici di frontiera Nelle corsie dell’ospedale di Kampala costruito da Padre John abbiamo visto la sofferenza di un’Africa che lotta contro malattie che da noi sono curate e lì fanno ancora molte vittime. novembre 2015 di Claudia Mendicino * Rievocando a distanza di qualche settimana i momenti centrali della mia esperienza in Uganda con il Charity Work Program, ci sono alcune immagini particolarmente nitide che si affacciano alla mente. I colori accesi, il paesaggio di un verde brillante e il contrasto con la terra rossa, i rumori, il fiume di persone a piedi che camminano ai lati della strada e i tantissimi bambini sorridenti che ci salutano segnano tutto il tragitto in taxi da Entebbe a Kampala. Quello che colpisce subito è il calore della gente del posto, i sorrisi di benvenuto di infermieri, ostetriche e medici che si mostrano sinceramente contenti di averci lì, i saluti dei bambini per strada. La dimensione del tempo per gli africani è molto diversa dalla nostra: è subito evidente che per loro il tempo non ha lo stesso valore assoluto che assume per noi occidentali. Vediamo le condizioni drammatiche di tanti pazienti, il divario tra quello che si può fare con ciò che i medici locali hanno a disposizione e ciò che si sarebbe potuto fatto in Italia per pazienti in quelle stesse condizioni. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv

CHARITY WORK PROGRAM Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv Il Charity Work Program in sette anni ha inviato 164 studenti nei Paesi in via di sviluppo e 37 sono partiti tra luglio e ottobre scorsi . Un’esperienza ricca sia sul piano umano che professionale, come testimoniano i racconti di chi è appena tornato 03 novembre 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015 , 164 negli ultimi sette anni . In totale, compreso un altro progetto promosso dal Centro pastorale dell'Ateneo con il Cesi, quella appena trascorsa è stata un'estate in missione per 65 studenti dell’Università Cattolica . Solidarietà, lavoro di squadra e capacità di incontrare ogni forma di diversità sono attitudini sempre più ricercate nel mondo del lavoro - fa notare Pier Sandro Cocconcelli , delegato del Rettore per l’Internazionalizzazione -. L'esperienza del Charity Work Program offre agli studenti la possibilità di diventare dei professionisti in grado di operare in qualsiasi contesto grazie a due fattori: le competenze acquisite operando in contesi internazionali complessi, e l'educazione umana ricevuta entrando in rapporto con le realtà locali». Il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale è già al lavoro per organizzare le nuove destinazioni 2016 . Tante novità sono in arrivo, sia sul fronte delle destinazioni che sulle modalità di partecipazione.

 

Qualche centimetro sopra il cuore

Ho appreso una nuova forma di felicità che ha a che fare con i rapporti fra le persone e non con le cose che possediamo. A parte il fatto che guidano a sinistra, cosa cui ci si può facilmente abituare, la scarsa se non inesistente segnaletica è un mero suggerimento che viene categoricamente ignorato. Le motociclette che cercano di evitare animali, bici, pedoni e taxi e infine le macchine che fanno lo stesso delle moto, ma con meno agilità, anche se della cosa non sembrano curarsene affatto quelli che stanno al volante. Ci sono colpi di clacson che significano “attenzione” altri sono avvisi ( stai fermo dove sei ), generalmente ignorati, altri intimano di spostarsi a destra o sinistra, altri sono solo saluti. Ho imparato che Prakash, che vive sulle Himalaya ma non sa bene dove si trova l’Everest, ama la cultura occidentale, gli piacciono i Metallica e How I Met Your Mother , gli è piaciuto The Revenant , ma ha preferito di Caprio in The Wolf of Wall Street . Ajith ha 21 anni, è il figlio dell’autista che è venuto a prenderci all’aeroporto di Hyderabad il giorno del nostro arrivo e che ci ha dato il primo assaggio della guida indiana. Cercando di sovrastare il vento, il motore della moto, il suono dei clacson e della città, gli urlo nell’orecchio che dobbiamo tornare altrimenti arriviamo in ritardo alla lezione dopo e devo pagare una multa di 100 rupie, è una delle regole fissate il primissimo giorno.

 

Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town

Charity Work Program Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town Il Work Charity Program è stato molto più di un’esperienza di volontariato: un uragano che ha cambiato il mio sguardo sulla vita. Appena il tempo di mettere da parte valigie e incertezze, diamo inizio a quella che oggi chiamerei una meravigliosa sfida, un’immersione totale nel mondo dello “Scalabrini Centre” di Cape Town, un centro pensato per aiutare i rifugiati che hanno bisogno di assistenza legale, educazione, supporto economico. Vivere un’esperienza di questo tipo ti scuote dall’interno, ti aiuta a capire quali sono le priorità, ti insegna che la vita è qualcosa di straordinario, perché molto spesso, in Africa, vivere è già un gran privilegio. Durante le consulenze dell’Advocacy Team incontri una donna dello Zimbabwe che ti racconta di essere fuggita dalla guerra civile, di aver contratto l’Hiv, di essere stata stuprata ripetutamente. Eppure ha un sorriso contagioso perché oggi ha appena saputo che il suo Appeal è stato accolto e che quindi potrà avere un permesso per restare in Sudafrica con i suoi figli, senza più essere costretta a tornare ogni mese a Pretoria per rinnovare i documenti. Poi una mamma ti fa notare che è una reazione normale, perché loro una persona bianca non l’hanno mai vista nella loro vita. Il Work Charity Program è stato per me molto più di un’esperienza di volontariato: è stato un uragano che ha scombussolato quella che io prima consideravo la piattezza della quotidianità, fatta di studio, amici, famiglia.

 

Il dono di Camilla

Charity Work Program Il dono di Camilla Piangere come una fontana per il gesto semplice di una bambina, simbolo della genuinità e dell’accoglienza della gente boliviana. È quanto mi è capitato a La Paz, dove sono cresciuta professionalmente e ho gustato sapori e saperi di una nuova cultura. Dopo una settimana di osservazione ho avuto la possibilità di mettermi in gioco e di sperimentarmi in prima persona. Ammetto che non è stato facile entrare a contatto con i bimbi perché ognuno di loro aveva una diversa storia, una diversa problematica e bisognava approcciarsi a loro in modo individualizzato. Mi ritengo molto fortunata in primo luogo perché ho avuto il privilegio di lavorare con delle professioniste del settore, la cui disponibilità mi ha dato modo di crescere a livello umano e professionale. Un’esperienza da fare perché rende capaci di vedere il bello anche quando è difficile trovarlo e aiuta a capire molto di noi stessi e di che cosa vogliamo dal futuro. anni, Cassano Magnago (Va), terzo anno del corso di laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, facoltà di Scienze della formazione, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Curare non è solo guarire

Charity Work Program Curare non è solo guarire È la grande lezione che ho imparato al Benedict Medical Centre in Uganda, dove la medicina non tratta il malato come paziente ma come persona. ottobre 2016 di Cecilia di Ruscio * L’autista sta per arrivare, le valigie sono chiuse, appoggiate in un angolo, la camera è ormai vuota, eppure non sono ancora pronta, ho quella strana sensazione di stare dimenticando qualcosa. La verità è che qui ci sto lasciando tanto, e non parlo di passaporto o spazzolino, parlo di quella parte di me che questo posto si è preso. Ho imparato che curare non significa esclusivamente guarire, ma prendersi cura di chi si ha di fronte, preoccuparsi non solo per la sua salute, ma anche per le sue sofferenze, significa gioire dei suoi miglioramenti ed essere presenti nei momenti di sconforto. I medici del Benedict, e con loro tutto il personale, si fanno carico di queste problematiche, cercando sempre la soluzione migliore per ciascun paziente e lo fanno con un affetto che raramente avevo visto prima. In ultimo ho capito che ci si può sentire a casa, anche a 10mila km di distanza, quando tutti ti chiamano muzungu perché in effetti sei l’unico bianco nel raggio di chilometri e il caffè è peggiore di quello del Policlinico, e per questo non posso far altro che ringraziare. anni, sesto anno della laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Betlemme, sguardi di speranza

Charity Work Program Betlemme, sguardi di speranza Vivere circondati da un muro che rende difficile la vita quotidiana: è la realtà che ho toccato con mano grazie al Charity Work Program nei territori palestinesi d’Israele. Ho toccato con mano cosa significa vivere dentro un muro, sotto il controllo perenne dei soldati israeliani; ho capito davvero cosa sia avere la fortuna di essere liberi; mi sono emozionata per i racconti di giovani palestinesi che non possono scegliere il loro futuro. Una ragazza palestinese di ventun anni, mia coetanea, conosciuta in un bus di linea mi ha detto: «Io vivo a Gerusalemme, ma essendo Palestinese non posso frequentare l’università israeliana. Gli anziani dell’Istituto Antoniano, i bimbi del campo profughi di Aida, i bimbi disabili del centro di accoglienza Hogar Ninos e soprattutto i bimbi sordomuti di Effetà sono vivaci e pieni di affetto. Pochi sono stati gli sguardi speranzosi che ho incontrato, tra cui quello della fantastica suor Donatella del Caritas Baby Hospital . E questo è l’importante: che pur essendo pochi, ci siano ancora sguardi di speranza. anni, di Carate Brianza, terzo anno laurea triennale in Scienze linguistiche e letterature straniere, curriculum: lingue e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

Un megafono del Senegal emergente

Charity Work Program Un megafono del Senegal emergente Nei miei due mesi di volontariato a Dakar ho incontrato il mondo della cooperazione allo sviluppo ma soprattutto i valori di un Paese che vuole crescere. Sono i valori che mi hanno accompagnato finora tanto nelle relazioni interpersonali quanto nel mio modo di fare in tutte le occasioni che mi sono trovato ad affrontare. Voglia di imparare e di mettersi in gioco, di conoscere nuovi luoghi, nuove persone, nuovi modi di fare, nuove tipologie di organizzazioni lavorative mi hanno spinto a partire per il Senegal per scoprire il mondo della cooperazione allo sviluppo. Tutte queste attività hanno reso le mie giornate molto dense di impegni e di difficoltà ma al contempo mi hanno dato modo di mettermi alla prova al di fuori del mio ristretto ambito di studi economici universitari. Finora infatti, nella mia vita, ho cercato di mettermi alla prova in contesti molto diversi tra loro al fine di evitare di acquisire un punto di vista unilaterale ma nell'ottica di avere una visione sistemica di ogni problema. Non è stato assolutamente semplice salutare quella terra a volte ostica ma che mi ha accettato come un figlio e mi ha fatto sentire a casa accogliendomi con tutta la sua vibrante energia, la sua vitalità, la sua voglia di riscattarsi e il suo incessante ritmo di tamburi. anni, di Ostra (An), studente del terzo anno del corso di laurea in Economia e gestione aziendale, facoltà di Economia, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail.

 

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